Il calcolo della pensione è ciò che più interessa i contribuenti, subito dopo la data di uscita dal lavoro. Perché è fondamentale sapere quando si andrà in pensione, ma lo è altrettanto sapere quanto si percepirà.
In queste settimane ha fatto discutere lo studio elaborato da Censis e Confcooperative, che traccia uno scenario tutt’altro che rassicurante. Se da un lato si parla di pensioni sempre più lontane nel tempo, a causa del collegamento con l’aspettativa di vita, dall’altro l’attenzione si concentra sul rapporto tra stipendio e pensione futura. Un rapporto destinato a peggiorare. È il cosiddetto tasso di sostituzione, cioè la percentuale di reddito che la pensione riesce a garantire rispetto all’ultimo stipendio.
Pensioni e scenari futuri: il futuro non sorride
Resta la speranza che il governo riesca a neutralizzare l’inasprimento dei requisiti previsto dal 2027. L’aumento è stato inserito nella legge di Bilancio per ragioni di sostenibilità finanziaria, ma politicamente la partita non è ancora chiusa.
Dal 1° gennaio 2027 è previsto un aumento di un mese sia per la pensione di vecchiaia sia per la pensione anticipata ordinaria. In concreto, chi compie 67 anni a dicembre 2026 potrà andare in pensione dal 1° gennaio 2027; chi invece li compie a gennaio 2027 dovrà attendere marzo.
Dal 2028 si aggiungeranno ulteriori due mesi, completando l’aumento di tre mesi previsto per il biennio 2027-2028. E all’orizzonte c’è un altro possibile incremento di tre mesi dal 2029, secondo le proiezioni della Ragioneria Generale dello Stato.
Ma non è solo una questione di età. Il vero nodo riguarda l’importo delle future pensioni.
Coefficienti, aspettativa di vita e calcolo del trattamento
L’aspettativa di vita incide non solo sui requisiti anagrafici, ma anche sul calcolo della pensione.
Nel sistema contributivo, l’importo dipende dal montante accumulato e dai coefficienti di trasformazione, che vengono aggiornati periodicamente proprio in base alla speranza di vita.
Se la vita media aumenta, i coefficienti si riducono. Questo significa che, a parità di contributi versati, chi va in pensione più tardi potrebbe percepire una pensione più bassa rispetto a chi si è pensionato prima.
Ad esempio, chi compie 67 anni a dicembre 2026 potrebbe avere un assegno leggermente più alto rispetto a chi li compie a gennaio 2027, a causa dell’aggiornamento dei coefficienti. E quest’ultimo, per di più, dovrà attendere anche un mese in più per l’accesso alla pensione.
Il tasso di sostituzione in calo costante
Lo studio Censis-Confcooperative mette in evidenza soprattutto il progressivo calo del tasso di sostituzione, cioè del rapporto tra pensione e ultimo stipendio.
Oggi, in media, chi percepisce 1.000 euro di stipendio può aspettarsi una pensione di circa 815 euro, pari a poco più dell’80%.
Secondo le proiezioni, però, nel 2060 lo stesso lavoratore, a parità di stipendio, potrebbe ricevere una pensione di circa 648 euro, cioè meno del 65%.
Il quadro che emerge è chiaro: pensioni più lontane nel tempo e più leggere rispetto al reddito da lavoro. Un doppio effetto che rende centrale la pianificazione previdenziale, soprattutto per le generazioni più giovani, chiamate a confrontarsi con un sistema sempre più legato alla sostenibilità demografica ed economica del Paese.