La Cina è riuscita a stento a centrare il target di crescita per il 2025 con un aumento del Pil del 5%. Tuttavia, nell’ultimo trimestre ha accusato un rallentamento al +4,5%. E’ stato il dato più debole dal 2022, quando la seconda economia mondiale era ancora gravata dai “lockdown” contro la pandemia. Un segnale negativo per i mercati internazionali e, in particolare, per l’Europa. Vedremo perché questa situazione può avere conseguenze indesiderate nel Vecchio Continente.
Da Cina cattive notizie per mercati d’Europa
La produzione industriale continua a salire a ritmi intorno al 5% annuale, mostrando una resilienza rassicurante. Ma è la domanda interna a soffrire, come dimostrano i dati sulle vendite al dettaglio: +0,9% a dicembre, meno delle attese e ai minimi da dicembre 2022.
Rispetto al maggio precedente, il calo sfiora l’1%. Dunque, la macchina produttiva continua a marciare per il momento, malgrado i dazi americani. Tuttavia, è sorretta dalle esportazioni e non dai consumi, né dagli investimenti anch’essi deboli. E poiché le vendite sul mercato americano stanno collassando, è evidente che le merci stiano venendo dirottate verso i mercati d’Europa.
Stimoli fiscali non bastano, domanda interna resta bassa
Il nostro continente risulta indebolito da questi dati anche per altre ragioni. La Cina non è e non sarà neppure nei prossimi anni un mercato di sbocco per le merci europee. Non ne ha la forza. Il governo di Pechino sta cercando da un po’ di tempo di rianimare l’economia domestica con stimoli fiscali relativamente potenti. Ha emesso già 1.300 miliardi di yuan (159 miliardi di euro) in titoli di stato a lungo termine per potenziare le infrastrutture e la spesa pubblica, a cui si sommano 4.400 miliardi di yuan (537 miliardi di euro) di obbligazioni speciali locali a favore sempre delle infrastrutture.
Aumenta il debito cinese
Un fiume di denaro che non sta riuscendo a far crescere il peso dei consumi delle famiglie sul Pil, il quale rimane sotto il 40% contro una media del 60% per le grandi economie avanzate. Nel 2025, il deficit pubblico è stato di circa il 4% del Pil ed è atteso intorno alla stessa percentuale per quest’anno, se non più alto (5.900 miliardi contro i 5.700 miliardi di yuan dell’anno scorso). Ci sarà pressione sui mercati obbligazionari globali, a causa delle copiose emissioni di nuovo debito a lunga scadenza in Cina. Si somma a quelle che già arrivano da Giappone e Stati Uniti, creando un mix pericoloso per le emissioni in Europa, anch’esse attese in crescita per finanziare il riarmo.
Europa resta dipendente dagli USA
La debolezza cinese, che sembra essere sempre meno congiunturale e più strutturale, si porta dietro un’altra conseguenza negativa per il nostro continente. Poiché dovremo continuare a non fare affidamento sull’economia asiatica, non potremo affrancarsi alla svelta dagli Stati Uniti. Chi immagina che i governi europei possano così facilmente negoziare con il presidente Donald Trump con le dita negli occhi, non ha ben compreso la dipendenza delle nostre economie dal resto del mondo.
Senza il mercato americano, la bilancia commerciale dell’Unione Europea andrebbe in rosso. Né è credibile ipotizzare di rimpiazzare la ricca America con la Cina, anche ammesso che la seconda mostrasse segnali di crescita della domanda interna.
Margini fiscali stretti
La Cina disporrebbe di margini fiscali inferiori a quelli ipotizzati dagli analisti. Ha un debito pubblico relativamente basso, al 60% contro il 120% negli USA. D’altra parte, se si sommassero le passività dei veicoli di finanziamento dei governi locali, lo stock salirebbe già al 96% per oltrepassare il 100% entro breve. Questo è il grande limite di Pechino, che ricordiamo essere ancora un’economia emergente e non sviluppata secondo i livelli occidentali. Non può permettersi di spingersi ai nostri livelli di indebitamento con una demografia già negativa e con simili dimensioni economiche.
Mercati in Europa non potranno contare sulla Cina
Scarsi margini implicano anche difficoltà a stimolare il Pil nel medio periodo, pesando sulle prospettive di crescita globale e, quindi, sulla stessa economia d’Europa. I mercati non sarebbero neppure così disposti a finanziare il Dragone a cuor leggero, data la legislazione poco favorevole agli investitori stranieri. Quando nel 2015 la borsa cinese cadde, il governo “congelò” i grossi capitali esteri, alimentando la sfiducia circa il tasso reale di libertà economica da queste parti. Non aiuta la stessa congiuntura geopolitica, con Occidente e Cina ai ferri corti su vari temi spinosi. La bassa inflazione di questi anni, tendenzialmente negativa per la metà del tempo nel 2025, non fa che captare un mercato domestico depresso.

giuseppe.timpone@investireoggi.it