La Cina è tornata a rifinanziarsi sui mercati internazionali con una nuova emissione in euro riguardante un bond in tripla tranche. E lo ha fatto a distanza di soli 7 mesi dall’emissione precedente, che risale allo scorso novembre. In genere, punta agli investitori europei nel periodo tra settembre e novembre. E’ stata l’operazione di Pechino denominata della divisa europea più corposa di sempre: 5 miliardi di euro. Lo scorso anno, era stata di 4 miliardi e aveva attirato ordini sopra i 100 miliardi. Questa volta, la domanda è stata complessivamente di 24,8 miliardi, implicando un multiplo appena sotto 5; di per sé molto alto, seppure risibile dinnanzi al precedente 25.
Bond in euro Cina: risultati emissione
Ecco i risultati per ciascuna tranche:
- scadenza 3 luglio 2031 – importo emesso 2,5 mld – cedola 2,75% – rendimento lordo 2,768% – premio su “midswap” +3 punti base da guidance +15 punti base
- scadenza 8 anni 3 luglio 2034 – importo emesso 1,5 mld – cedola 2,95% – rendimento lordo 2,966% – premio su “midswap” +12 punti base da guidance +22 punti base
- scadenza 3 luglio 2038: importo emesso 1 mld – cedola 3,20% – rendimento lordo 3,212% – premio su “midswap” +22 punti base da guidance +33 punti base
Spread stretti e domanda sostenuta
Dunque, il bond in euro della Cina è stato suddiviso in tranche a 5, 8 e 12 anni. I premi offerti al mercato sono risultati molto stretti e inferiori rispetto alle previsioni già positive. Significa che gli investitori non si sono fatti grossi problemi nel finanziare la seconda economia mondiale. La loro domanda è stata concentrata perlopiù in Asia, stimata attorno alla metà, seguita dall’Europa con una percentuale fino al 44%. Le banche hanno fatto la parte del leone con circa il 50% degli ordini, guardando alla tipologia degli investitori.
A seguire le banche centrali fin sopra il 30%, fondi comuni e asset manager fino ad un quarto e assicurazioni e fondi pensione fino al 4-5%.
La domanda per il bond in euro della Cina è stata particolarmente elevata per la tranche più corta, ma restando solida anche per quella più lunga. D’altronde, parliamo di un investimento a basso rischio, come suggeriscono i rating medio-alti assegnati dalle principali agenzie internazionali: A+ da S&P e Fitch, A1 da Moody’s. Pechino è in grado di rifinanziarsi in valuta domestica a costi molto bassi, inferiori persino a quelli oggi sostenuti dalla Germania. Pensate che il decennale in yuan offre meno dell’1,75%. Da un paio di anni a questa parte, i rendimenti lunghi cinesi si sono abbassati sotto i livelli giapponesi. Un fatto storico, che segna anche l’uscita del Giappone dalla deflazione e il rischio che vi faccia ingresso proprio la Cina.
Emissione anticipata su imprevedibilità geopolitica?
Come mai la domanda è stata così relativamente contenuta rispetto al novembre scorso? Proprio la scarsa distanza temporale avrebbe giocato un ruolo in tal senso. Il mercato pensava di dover riaprire i libri per il nuovo bond in euro della Cina solo dopo l’estate. E c’è da dire che nel frattempo i rendimenti globali sono risaliti, a partire da quelli di Tokyo.
Ormai, il bond decennale in yen rende il 2,60% contro l’1,75% di quando Pechino emise il precedente bond a novembre. Peraltro, il cambio nipponico da allora si è deprezzato ulteriormente contro il dollaro.
In sostanza, c’è una concorrenza più agguerrita sul mercato obbligazionario e ciò fa sì che gli investitori non impazziscano per una specifica emissione. Le opportunità d’investimento con buoni rendimenti ci sono un po’ ovunque, pur con rischi differenti. Resta da capire la ragione per cui la Cina abbia anticipato l’emissione del bond in euro. Probabile che abbia voluto approfittare della relativa calma sui mercati dopo mesi di tensioni su Hormuz. L’imprevedibilità geopolitica di questi tempi costringe a rivedere il calendario senza intestardirsi sulla tabella di marcia.
Bond in euro Cina non è dedollarizzazione
Con questa operazione la Cina punta a diversificare le fonti di approvvigionamento al mercato dei capitali, non certo a ridurre il costo del suo debito. Attirare gli investitori europei serve ad espandere la base a cui attingere anche in futuro, rendendo l’economia asiatica più internazionalizzata. Pechino punta sulle emissioni in yuan a lunghissima scadenza per finanziare un programma infrastrutturale a sostegno della crescita, per cui le emissioni in valuta straniera servono anche ad abbassare la pressione sul mercato domestico e liberare risorse. Purché non si parli di “dedollarizzazione“. Non c’è questo ragionamento dietro al quinto bond in euro della Cina, che continua a rifinanziarsi anche con emissioni in valuta americana.
giuseppe.timpone@investireoggi.it