Anche la Turchia ha approfittato dell’ampia liquidità sui mercati internazionali ad inizio anno con l’emissione del suo primo bond in dollari nel 2026. Ha offerto agli investitori due tranche della durata rispettivamente di quasi 7 anni e 12 anni e con scadenze la prima del 14 marzo 2033 e la seconda del 14 gennaio 2038. L’operazione è andata molto bene per Ankara, tant’è che è riuscita a raccogliere tutti i 3,5 miliardi preventivati e a spuntare rendimenti più bassi delle passate emissioni.
Bond in dollari della Turchia
Nel dettaglio, la tranche a 7 anni è stata offerta per 2 miliardi e ha esitato un rendimento del 6,35%, a fronte di una cedola del 6,30%.
La tranche a 12 anni è stata offerta per 1,5 miliardi e con cedola 6,875%, esitando un rendimento del 6,90%. L’anno scorso, la Turchia ha raccolto sui mercati internazionali 13 miliardi di dollari con diverse emissioni di bond. Le stime per quest’anno si aggirano attorno a tale cifra, variando da 10 a 15 miliardi.
Rischi da basse riserve
Il successo dell’operazione va letto in maniera positiva per il contesto globale. La Turchia è un emittente “junk” con rating BB- per S&P e Fitch e Ba3 per Moody’s. Significa che il rischio di credito insito nei suoi titoli del debito pubblico è alto. E non perché quest’ultimo sia alto. A fine 2024, scendeva sotto il 25% del Pil. Il problema è un altro: le basse riserve valutarie. Al netto delle passività, si attestano attorno a 75 miliardi di dollari, a fronte di un debito estero a breve termine di oltre 165 miliardi e appena sufficienti a garantire meno di 3 mesi di importazioni medie.
In parole povere, la Turchia ha tanto debito in valuta estera e poca valuta con cui ripagarlo.
Ecco perché il successo delle sue emissioni in dollari è importante. Segnala l’aumentata capacità di fronteggiare criticità nel breve termine. D’altra parte, non può essere una soluzione definitiva. Solo partite correnti stabilmente positive potranno migliorare il quadro. Negli ultimi mesi, i saldi sono in attivo. E questo è un buon segnale, perché capterebbe un ritorno dei capitali stranieri. La banca centrale sta riuscendo a condurre una politica monetaria equilibrata, con tassi di interesse al 38% contro un’inflazione ancora di circa il 31% a fine 2025.

Lira turca fonte di problemi
La stessa politica fiscale è più prudente. Il deficit per quest’anno scenderebbe al 3% del Pil. Un altro segnale della crescente normalizzazione della politica economica dopo anni in cui la banca centrale aveva perso del tutto l’indipendenza rispetto al potere politico per monetizzare il debito del governo. Ma siamo lontani dal potere parlare di rientro del rischio sovrano. A parte i problemi di natura geopolitica, il tema dei temi resta la lira turca che minaccia la stabilità dei prezzi da un lato e la bilancia dei pagamenti dall’altra.
Bond in dollari della Turchia restano ad alto rischio
La valuta emergente ha perso un altro 18% nell’ultimo anno contro il dollaro, molto meno di quanto non siano saliti nel frattempo i prezzi al consumo.
In termini reali, risulta apprezzatasi. E questo è dovuto al fatto che la banca centrale controlla i movimenti del cambio, consentendone il deprezzamento contenuto e stabile di seduta in seduta. Ma una lira più forte dei suoi fondamentali colpisce la bilancia commerciale e tiene alla finestra i capitali stranieri. In sostanza, aggrava proprio il problema delle partite correnti. Il motivo per cui i bond in dollari e altre valute forti della Turchia restano un investimento ad alto rischio e per questo generosi con chi li acquista.
giuseppe.timpone@investireoggi.it