Ordini sopra i 20 miliardi contro un’offerta complessiva di 6 miliardi per l’ultima emissione in tripla tranche del BTp in dollari USA. Il Tesoro ha pubblicato i dettagli dell’operazione, che ci permettono di capire un po’ meglio l’andamento del collocamento di martedì. Il dato saliente riguarda la provenienza delle richieste e delle conseguente assegnazioni. L’Italia ha inciso per il 15,1%, pari a circa 905 milioni di dollari. I nostri investitori si sono concentrati sulle scadenze più corte: 17,3% per i 5 anni, 15,2% per i 10 anni e 9,2% per i 30 anni. E’ stato grosso modo lo stesso comportamento tenuto dal resto d’Europa, ad eccezione del Regno Unito.
Alta domanda di BTp negli USA
I britannici hanno inciso per il 21,9% degli ordini per la scadenza a 5 anni, salendo al 35,6% per il decennale e attestandosi al 22,6% per il trentennale. Attenzione, però, a valutare le richieste da Londra come se fossero tutte locali. Nella City operano i desk di istituzioni finanziarie provenienti da tutto il mondo. Questo spiega l’alta incidenza praticamente ad ogni emissione italiana e non solo.
E gli americani? In fondo, i BTp in dollari sono stati offerti per attirare domanda di capitali dagli USA. La pubblicazione del Tesoro parla più genericamente di “Nord America”, ma per approssimazione possiamo immaginare che si tratti di Stati Uniti. Da qui sono arrivati ordini per il 14,4%, 24,4% e 51,5% rispettivamente. Il loro controvalore è ammontato a poco meno di 1,5 miliardi e pari al 24,75% del totale. In pratica, gli investitori americani hanno rappresentato un quarto della domanda complessiva.
Rischio valutario vs cedole
In questo caso, il comportamento è risultato essere speculare a quello degli investitori europei: ordini in aumento con le scadenze.
Come si spiega? E’ il rischio valutario ad avere fatto la differenza. Chi risiede nell’Eurozona o in qualsiasi altra parte del mondo ad eccezione degli USA, è esposto alle variazioni del cambio nell’investire nei BTp in dollari. Più aumenta l’orizzonte temporale e più complicato capire come si muoveranno i tassi di cambio. Per ipotesi, se il dollaro da qui a 30 anni non fosse più la valuta di riferimento globale che oggi conosciamo e perdesse quota contro l’euro, l’investitore si ritroverebbe in possesso di titoli dal valore effettivo inferiore a quello di acquisto.
Per gli investitori con sede negli USA vale il ragionamento contrario: i BTp in dollari non sono per loro un rischio in termini valutari. Anzi, le scadenze lunghe permettono loro di “bloccare” rendimenti (a premio sui Treasury) per un periodo anche lunghissimo. La scadenza a 30 anni ha offerto un rendimento del 6,10% con una cedola fissata al 6%. Trascurando il rischio di credito, per un fondo pensione americano significa ottenere un flusso di reddito certo pari a 60.000 dollari ogni anno e per 30 anni su un capitale investito di 1 milione.
Scadenza 30 anni a ruba tra fund manager
Ancora una volta, anche questa emissione in dollari ha confermato l’appeal dei BTp fuori dall’Italia con ordini stranieri a circa l’85% del totale e con una quota USA significativa.
Gli spread sui Treasury di pari durata sono stati complessivamente stretti. Da notare, infine, che per tipologia di investitori sono stati i fund manager a fare la parte del leone sulle scadenze lunghe: 26,8% sui 5 anni, 55,2% sui 10 anni e 66,7% sui 30 anni.
giuseppe.timpone@investireoggi.it



