Torna la tensione in Francia a carico degli Oat, le Obligations assimilables du Trésor, i titoli di stato. Il rendimento decennale è salito ieri fino al 3,90%, ai livelli più alti dal 2009, fatta eccezione per una breve incursione nei dintorni del 4% nei mesi scorsi. E lo spread con i Bund si è portato sopra i livelli italiani (pur di poco) a 84 punti base o 0,84%. Riflesso di un rischio sovrano percepito come più alto, confermato dai CDS a 5 anni. I titoli che assicurano contro il default costavano ieri appena di più per gli Oat che per i BTp.
Spread in Francia tra Le Pen e deficit
La fiammata dei rendimenti ha interessato tutti gli emittenti, compresa la Germania.
Gli attacchi reciproci tra Stati Uniti e Iran sono ripresi e il mercato teme la richiusura di Hormuz. Il prezzo del petrolio è rimbalzato ai massimi da settimane a 78 dollari al barile per il Brent. C’è il timore che la situazione torni a sfuggire di mano e che l’inflazione torni a salire con il caro energia. Tuttavia, nel caso della Francia lo spread si è ampliato in misura drastica per un paio di ragioni specifiche.
La prima è di natura prettamente politica. La Corte di Appello di Parigi ha confermato la condanna di Marine Le Pen per uso inappropriato dei fondi europei da parte del suo partito Rassemblement National. Le ha anche imposto l’uso del braccialetto elettronico per un anno, ma ha altresì avallato la sua candidatura alle prossime elezioni presidenziali in programma nella primavera dell’anno prossimo. E la leader della destra sovranista ha annunciato che parteciperà al voto.
I sondaggi la danno vincente contro qualsiasi avversario al primo turno e al ballottaggio.
Se il futuro politico a Parigi preoccupa, i conti pubblici non sono da meno. Il ministro delle Finanze, Roland Lescure, ha espresso dubbi circa la discesa del deficit al 5% del Pil per quest’anno. L’obiettivo minimo è stato spostato al 5,1%, ma c’è il timore degli investitori che, complici il clima pre-elettorale e il taglio delle stime di crescita, il governo di Sébastien Lecornu non sarà in grado di contenere il disavanzo e di far approvare in Parlamento il nuovo bilancio entro la scadenza del 31 dicembre. Sarebbe la terza volta consecutiva.
Spesa per interessi corre
La Francia ha un deficit fiscale di oltre il 2% sopra il tetto fissato dal Patto di stabilità e in più sta impegnandosi come gli altri partner della NATO ad aumentare la spesa militare al 5% del Pil. La spesa per interessi è sostanzialmente raddoppiata in 5 anni, passando dai 38 miliardi del 2021 ai 74 miliardi attesi per quest’anno. Ma il conto potrebbe risultare ancora più salato con il boom dei rendimenti sovrani. Nel 2029, si avvicinerebbe ai 100 miliardi. Nel frattempo, il debito è esploso sopra i 3.500 miliardi dai 2.260 miliardi ereditati dall’attuale presidente Emmanuel Macron nel 2017.
La spesa pubblica in Francia supera il 57% del Pil, tra le più alte al mondo.
L’altrettanto elevata pressione fiscale frena l’economia, ma i governi che si sono succeduti, malgrado i propositi, non si sono rivelati in grado di abbassarla per la difficoltà di tagliare il generoso apparato assistenziale. La timida riforma delle pensioni di due anni fa, approvata tra imponenti manifestazioni di piazza e in un clima di forte scontro politico, è stato rilevatore della paralisi transalpina.
Rating a rischio e rendimenti in ascesa
Lo spread in Francia non è a livelli di allarmi in assoluto, ma il fatto che sia il più alto dell’area, in compagnia della solita Italia, non può essere sottaciuto. Anche perché le agenzie di rating hanno declassato negli ultimi tempi gli Oat, pur non calcando la mano. Al contrario, hanno promosso i BTp. L’aumento dei rendimenti può spingerle a rivalutare in negativo la situazione fiscale di Parigi. In più, Lecornu non ha una maggioranza che lo sostiene all’Assemblea Nazionale, dovendo confidare sull’astensione ora degli uni e ora degli altri. Con l’avvicinarsi delle elezioni, però, ciascun partito sarà incentivato a tuonare contro l’esecutivo e i tagli annunciati alla spesa pubblica.
La situazione è tale che Christine Lagarde valuta l’uscita anticipata dalla presidenza della Banca Centrale Europea per cercare di ostacolare la corsa all’Eliseo di Le Pen. La sua presenza a Francoforte ha contribuito negli ultimi anni a tenere a bada la pressione sullo spread in Francia. Un connazionale responsabile della politica monetaria serve sempre. Ma certo è che la seconda economia dell’area non può andare avanti a colpi di aiutini. La spesa pubblica corre, il deficit non rientra, gli impegni internazionali dell’Eliseo aggravano il bilancio nei decenni futuri e i rendimenti pretesi dal mercato non sono più tipici dei “porti sicuri”.
giuseppe.timpone@investireoggi.it



