Il caldo record in Europa sta mandando in frantumi tutte le certezze dei suoi abitanti fino al recente passato. E mentre si stimano in almeno 1.300 i morti in eccesso a causa delle temperature estreme registrate nel continente, l’assenza di aria condizionata nella stragrande maggioranza delle case sta diventando un caso mediatico mondiale. Il nostro è il continente più ricco, ma che si mostra poco attrezzato a combattere contro il caldo.
Continente ricco con poca aria condizionata
Nell’Unione Europea, il Pil pro-capite a parità di potere di acquisto è stato stimato in 41.600 euro nel 2025. Ci sono grosse differenza tra i diversi stati membri, ma non esiste alcun dubbio che la nostra sia un’area molto ricca.
Ciononostante, le case dotate di aria condizionata sono appena il 19% contro il 90% di Stati Uniti e Giappone. La stampa mondiale non si capacita dei nostri strepiti contro le ondate di calore, visto che avremmo tutti i mezzi per difenderci.
Ci sono tre ragioni per le quali la diffusione dell’aria condizionata sia molto bassa in media. La prima è che gran parte del continente non aveva avvertito fino agli anni recenti la necessità di dotarsene. Ecco perché ancora oggi il 19% delle case in Germania abbia un condizionatore, percentuale che sale solo al 25% in Francia. In Italia, nel 2003 era soltanto del 10-15%, mentre adesso la media nazionale è salita al 56%, tra le più alte in Europa dopo Grecia e Cipro.
E ci sono forti differenze tra Nord e Sud: si passa dal record 73,1% in Sicilia a non più del 30,7% in Molise. In fondo alla classifica c’è il Nord-Ovest con il 48%, cioè l’area più ricca.
A conferma che il problema non sia affatto di reddito, bensì di condizioni climatiche storiche. I siciliani da decenni si attrezzano contro il caldo, essendo un problema avvertito, pur a fronte di un reddito pro-capite molto inferiore alla media nazionale.
Caro bollette e ideologia green
Un secondo problema alla base dei bassi numeri è di costo: l’Europa paga l’energia molto più degli Stati Uniti, dove il 60% dei consumi di petrolio sono coperti dalle estrazioni domestiche e che risultano esportatori netti di gas. Il caro bollette disincentiva milioni di famiglie dal dotarsi di sistemi di aria condizionata, se non nei casi estremi. E questi sono diventati realtà: nel sud-ovest della Francia sono stati sfiorati i 44 C°, in Alta Sassonia (Germania) si è arrivati a 41,5 C°, in Repubblica Ceca a 41,9 C° e in Polonia a 40,5 C° solo per citare qualche dato.
La terza ragione è ideologica: i governi europei perseguono da anni un’agenda green con l’obiettivo di combattere l’inquinamento. L’aria condizionata è stata additata concausa di questo problema e, pertanto, anche poco incentivata o apertamente avversata sul piano burocratico, come avviene in Germania. Il risultato è che si muore (letteralmente) di caldo non per carenza di mezzi, bensì per ideologia. E poco importa che i numeri dicano altro. L’UE incide per appena il 6-7% delle emissioni di CO2 nel mondo contro il 30% della Cina e il 13-14% degli Stati Uniti.
Europa inquina poco e si autoflagella troppo
Se è vero che la sua popolazione sia solo del 5,5% rispetto a quella mondiale, il divario è molto più evidente in Cina, dove vive “solo” il 17% della popolazione mondiale. Per non parlare dei grandi progressi maturati: nel 1990 le emissioni di CO2 in UE erano al 15% del totale mondiale. Da allora, abbiamo più che dimezzato la nostra quota.
L’opinione pubblica inizia ad aprire gli occhi contro così tanta ipocrisia. E’ di questi giorni la notizia che i funzionari di Palais Barlaymont a Bruxelles, sede della Commissione europea, stiano protestando contro il divieto di accendere l’aria condizionata negli uffici, malgrado il caldo soffocante. Ciò non vale per la presidente Ursula von der Leyen, che continua a lavorare nel suo ufficio perfettamente climatizzato. L’ideologia continua a provocare grossi danni all’Europa. E così, negli stessi giorni in cui Volkswagen paventa 100.000 licenziamenti, il Green Deal si sta rivelando per ciò che è: miseria e persino morte.
giuseppe.timpone@investireoggi.it