Da oltre un anno e mezzo la stampa è costretta a parlare quasi quotidianamente di risiko bancario per via delle numerose operazioni che si stanno succedendo l’una dopo l’altra e che puntano a dare vita a un riassetto definitivo al nostro mercato domestico. Tutto estremamente interessante, se non fosse che stiamo perdendo di vista il problema di fondo: la crisi del credito che attanaglia l’economia italiana ormai da troppi anni. Il tifo per questa o quella cordata è legittimo, ma vuoto di significato nel momento in cui non si traduce in alcunché di concreto per milioni di famiglie e centinaia di migliaia di imprese.
Crisi del credito bancario in cifre
L’ultimo Rapporto mensile dell’ABI ha trovato che nel mese di aprile di quest’anno i prestiti a famiglie e società non finanziarie ammontavano a 1.300 miliardi di euro, mentre i depositi della clientela erano di 1.860,6 miliardi. Le banche italiane prestano alla cosiddetta economia reale meno del 70% della liquidità dei clienti. Se andiamo a ritroso nel tempo, scopriamo che c’è stato un declino costante. Cinque anni prima, i prestiti erano superiori a 1.312 miliardi contro circa 1.766 miliardi di depositi per un rapporto del 73,4%. Dieci anni prima, invece, eravamo rispettivamente a 1.406 e 1.330,4 miliardi: rapporto quasi al 106%. E nella primavera del 2011, i prestiti ammontavano a 1.500 miliardi contro depositi per circa 1.150 miliardi: rapporto del 130%.
Negli ultimi quindici anni, dunque, abbiamo avuto un crollo dei prestiti superiore al 13% e un boom di depositi per oltre il 60%. Tenuto conto dell’inflazione sopra il 30% nello stesso periodo, il crollo reale per i primi sfiora il 45% e l’aumento per i secondi resta superiore al 30%.
In altre parole, le banche si ritrovano con molta più liquidità e ne prestano assai di meno. E’ la fotografia di una crisi del credito bancario con forti implicazioni negative per la crescita economica. Non a caso, nel quindicennio considerato il Pil reale ha segnato un miserrimo +7% scarso.
Scarso sostegno alla crescita economica
Se rapportiamo gli impieghi al Pil, notiamo che essi valevano anche più del 90% nel 2011 e adesso attorno al 60%. Sta mancando da troppi anni una componente fondamentale per la crescita, ossia il sostegno agli investimenti. Gli stessi consumi delle famiglie ne risentono in termini di rinvio o rinuncia all’acquisto di beni durevoli. Ciò spiegherebbe almeno in parte la ragione del loro basso indebitamento nel confronto internazionale. Prudenza e virtù, senz’altro. Ma anche scarsa possibilità di accesso al credito bancario, che tiene perennemente in crisi la domanda interna.
Questa mattina, ci siamo svegliati con l’OPAS di Intesa su Monte Paschi. C’è chi la commenterà in positivo e chi in chiave critica. Manca la lucidità di affermare quanto detto nell’incipit: ben venga qualsivoglia operazione, purché abbia un senso dal punto di vista macroeconomico, altrimenti la logica di queste operazioni è e resta strettamente privata e, dunque, non c’è motivo per scaldarsi nel tifarle come se fossimo allo stadio.
E quando parliamo di crisi del credito bancario, dovremmo distinguere tra Nord e Sud. Sotto Roma non è più rimasta una banca indipendente.
Sud già senza banche territoriali
Nei decenni passati, istituti come Banco di Napoli e Banco di Sicilia sono stati inglobati dai gruppi settentrionali principali, Intesa Sanpaolo il primo e Unicredit il secondo. Si era detto che ciò avrebbe garantito maggiore solidità al sistema bancario con ripercussioni positive per i territori. Così non è stato. Nel Meridione chiedere un prestito equivale ad invocare la grazia dal santo protettore in termini di probabilità di successo. Gli investimenti restano al palo e lo sviluppo non attecchisce mai. E’ la storia di una promessa tradita.
Adesso, ci stiamo ripetendo la stessa cosa rispetto ai tentativi più o meno celati di scalate straniere: meglio far rimanere il risparmio entro i confini nazionali, altrimenti finiremmo per finanziare lo sviluppo delle imprese concorrenti. Giustissimo, a patto che la pluridecennale crisi del credito bancario abbia fine o sarebbe un’altra colossale presa in giro. In questo lunghissimo risiko abbiamo sentito parlare di tutto – dalle possibili sinergie ai prezzi di borsa, passando per il boom di utili promessi agli azionisti – ma nulla riguardo a come esso si traduca in risultati tangibili per chi in banca ci entra per chiedere denaro.
giuseppe.timpone@investireoggi.it