Una delle novità che potrebbe avere concrete possibilità di entrare nel sistema pensionistico dal prossimo anno consiste nella riproposizione, in forma più ampia, di una sperimentazione introdotta nel 2025 e rimasta in vigore per soli dodici mesi.
L’ipotesi è quella di una pensione a 64 anni di età con 25 anni di contributi, accompagnata dall’accettazione del ricalcolo contributivo dell’assegno e dall’utilizzo della previdenza complementare.
Si tratta di una proposta che guarda soprattutto al futuro più che all’immediato. Se dovesse diventare una misura strutturale, infatti, potrebbe avere effetti particolarmente significativi per le nuove generazioni di lavoratori.
L’obiettivo è trovare un punto di equilibrio tra l’esigenza di garantire una maggiore flessibilità in uscita e la necessità di contenere la spesa pubblica.
Con uno sguardo anche al cosiddetto secondo pilastro previdenziale, cioè la previdenza integrativa, che in Italia continua a essere meno sviluppata rispetto a quella presente in molti altri Paesi occidentali.
Pensione in anticipo: con 25 anni di contributi si potrà uscire nel 2027 a 64 anni di età
L’idea di una pensione a 64 anni di età con 25 anni di contributi a partire dal 2027 potrebbe dunque trasformarsi in una misura concreta.
La soluzione richiamerebbe, almeno nelle sue linee essenziali, quella sperimentata nel 2025 per i cosiddetti contributivi puri, ossia i lavoratori con il primo accredito contributivo successivo al 31 dicembre 1995.
Per quei dodici mesi venne introdotta una modalità più agevole di accesso alla pensione anticipata contributiva a 64 anni di età.
La misura ordinaria, già strutturale ma spesso difficile da raggiungere, richiede almeno 20 anni di contributi e il rispetto di un importo minimo della pensione.
La sperimentazione consentiva invece di valorizzare anche la rendita maturata nei fondi pensione integrativi, a condizione di aver accumulato almeno 25 anni di contribuzione.
L’obiettivo era quello di raggiungere la soglia minima richiesta per il pensionamento anticipato.
Infatti, la pensione anticipata contributiva prevede che l’assegno maturato sia almeno pari a tre volte l’importo dell’assegno sociale.
Grazie alla sperimentazione, chi aveva aderito a un fondo pensione poteva sommare la rendita complementare alla pensione maturata presso l’INPS. In questo modo, anche chi non raggiungeva autonomamente la soglia richiesta poteva accedere al pensionamento anticipato.
La misura, tuttavia, è rimasta in vigore soltanto per il 2025.
Oggi, però, se ne torna a discutere. E una delle ipotesi sul tavolo sarebbe quella di estendere il meccanismo anche ai lavoratori del sistema misto, cioè a coloro che hanno iniziato a versare contributi prima del 1996.
In questo caso, il vantaggio dell’uscita anticipata sarebbe compensato dall’accettazione di un ricalcolo interamente contributivo della pensione, generalmente meno favorevole rispetto al sistema misto ordinario.
Il secondo pilastro agevolerà le uscite
Uno degli obiettivi della misura sarebbe anche quello di incentivare i lavoratori ad aderire ai fondi pensione integrativi, costruendo fin da oggi una rendita aggiuntiva che possa risultare determinante al momento del pensionamento.
È proprio questo uno degli elementi che rende l’ipotesi particolarmente interessante agli occhi dei sostenitori della riforma.
Nel 2025 la misura ha registrato un utilizzo limitato, soprattutto perché in Italia la diffusione della previdenza complementare resta ancora contenuta rispetto agli standard europei.
Una nuova apertura potrebbe quindi rappresentare anche uno strumento per rafforzare il cosiddetto secondo pilastro previdenziale. Creando, così, una maggiore integrazione tra previdenza obbligatoria e previdenza complementare.
Guardando al futuro, infatti, il quadro pensionistico appare sempre più complesso.
E non soltanto per gli aumenti dei requisiti già previsti. Dal 2027 sarà, infatti, necessario un mese in più per accedere a molte forme di pensionamento, mentre dal 2028 l’incremento salirà a tre mesi.
Le difficoltà derivano anche dall’andamento delle retribuzioni. Con gli stipendi attuali, accumulare una posizione contributiva sufficiente a garantire pensioni elevate e a soddisfare i requisiti economici delle pensioni anticipate contributive risulta sempre più difficile.
A questo si aggiunge un ulteriore elemento: secondo le ipotesi attualmente circolate, dal 2030 la soglia minima richiesta per la pensione anticipata contributiva potrebbe passare da tre a 3,2 volte l’assegno sociale, rendendo ancora più complesso l’accesso alla misura.
Ecco perché una pensione flessibile a 64 anni di età con 25 anni di contributi, aperta a tutti e sostenuta dall’integrazione tra pensione pubblica e rendita complementare, potrebbe rappresentare una vera svolta.
A condizione, naturalmente, che la somma tra assegno pensionistico e rendita del fondo integrativo consenta di raggiungere una soglia adeguata. Ovvero, quella indicata da molti osservatori in un importo superiore a 1.600 euro mensili. Garantendo così un equilibrio tra sostenibilità dei conti pubblici e tutela dei futuri pensionati.