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Con 1.000 euro di stipendio 648 euro di pensione: Tasso di sostituzione in calo

Il tasso di sostituzione dallo stipendio alla pensione altro fardello per i pensionamenti futuri, e gli scenari peggiorano.
23 Febbraio 2026
Tasso di sostituzione
Foto © Licenza Creative Commons

Il calcolo della pensione è ciò che più interessa i contribuenti, subito dopo la data di uscita dal lavoro. Perché è fondamentale sapere quando si andrà in pensione, ma lo è altrettanto sapere quanto si percepirà.

In queste settimane ha fatto discutere lo studio elaborato da Censis e Confcooperative, che traccia uno scenario tutt’altro che rassicurante. Se da un lato si parla di pensioni sempre più lontane nel tempo, a causa del collegamento con l’aspettativa di vita, dall’altro l’attenzione si concentra sul rapporto tra stipendio e pensione futura. Un rapporto destinato a peggiorare. È il cosiddetto tasso di sostituzione, cioè la percentuale di reddito che la pensione riesce a garantire rispetto all’ultimo stipendio.

Pensioni e scenari futuri: il futuro non sorride

Resta la speranza che il governo riesca a neutralizzare l’inasprimento dei requisiti previsto dal 2027. L’aumento è stato inserito nella legge di Bilancio per ragioni di sostenibilità finanziaria, ma politicamente la partita non è ancora chiusa.

Dal 1° gennaio 2027 è previsto un aumento di un mese sia per la pensione di vecchiaia sia per la pensione anticipata ordinaria. In concreto, chi compie 67 anni a dicembre 2026 potrà andare in pensione dal 1° gennaio 2027; chi invece li compie a gennaio 2027 dovrà attendere marzo.

Dal 2028 si aggiungeranno ulteriori due mesi, completando l’aumento di tre mesi previsto per il biennio 2027-2028. E all’orizzonte c’è un altro possibile incremento di tre mesi dal 2029, secondo le proiezioni della Ragioneria Generale dello Stato.

Ma non è solo una questione di età. Il vero nodo riguarda l’importo delle future pensioni.

Coefficienti, aspettativa di vita e calcolo del trattamento

L’aspettativa di vita incide non solo sui requisiti anagrafici, ma anche sul calcolo della pensione.

Nel sistema contributivo, l’importo dipende dal montante accumulato e dai coefficienti di trasformazione, che vengono aggiornati periodicamente proprio in base alla speranza di vita.

Se la vita media aumenta, i coefficienti si riducono. Questo significa che, a parità di contributi versati, chi va in pensione più tardi potrebbe percepire una pensione più bassa rispetto a chi si è pensionato prima.

Ad esempio, chi compie 67 anni a dicembre 2026 potrebbe avere un assegno leggermente più alto rispetto a chi li compie a gennaio 2027, a causa dell’aggiornamento dei coefficienti. E quest’ultimo, per di più, dovrà attendere anche un mese in più per l’accesso alla pensione.

Il tasso di sostituzione in calo costante

Lo studio Censis-Confcooperative mette in evidenza soprattutto il progressivo calo del tasso di sostituzione, cioè del rapporto tra pensione e ultimo stipendio.

Oggi, in media, chi percepisce 1.000 euro di stipendio può aspettarsi una pensione di circa 815 euro, pari a poco più dell’80%.

Secondo le proiezioni, però, nel 2060 lo stesso lavoratore, a parità di stipendio, potrebbe ricevere una pensione di circa 648 euro, cioè meno del 65%.

Il quadro che emerge è chiaro: pensioni più lontane nel tempo e più leggere rispetto al reddito da lavoro. Un doppio effetto che rende centrale la pianificazione previdenziale, soprattutto per le generazioni più giovani, chiamate a confrontarsi con un sistema sempre più legato alla sostenibilità demografica ed economica del Paese.

Giacomo Mazzarella

In Investireoggi dal 2022 è una firma fissa nella sezione Fisco del giornale, con guide, approfondimenti e risposte ai quesiti dei lettori.
Operatore di Patronato e CAF, esperto di pensioni, lavoro e fisco.
Appassionato di scrittura unisce il lavoro nel suo studio professionale con le collaborazioni con diverse testate e siti.

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