Inizia oggi il Ramadan, il mese più sacro per i fedeli musulmani. E la Turchia si è preparata all’evento con una serie di ispezioni volute dal governo, che stanno prendendo di mira ristoratori e commercianti. I cittadini sono infuriati, perché i prezzi degli stessi generi alimentari sono saliti alle stelle e, soprattutto, nessuno più capisce quali siano. Per dirla con le parole di Burhan Ozdemir, a capo dell’associazione imprenditoriale Musiad, non esiste in alcuna parte del mondo che puoi bere in un posto un thè per 500 lire (9,66 euro) e in un altro per 5 lire (97 centesimi).
Prezzi in Turchia alle stelle con il Ramadan
Il governo intende dare la caccia agli speculatori, accusati già da tempo di fare scorte di vari prodotti per rivenderli solo quando i prezzi salgono per massimizzare i profitti.
La situazione è seria dopo anni di inflazione alle stelle. I due terzi dei cittadini ritiene che la gestione dell’economia sia pessima. I prezzi al consumo a gennaio sono cresciuti del 30,65% su base annua, il dato più basso dal novembre 2021. Tuttavia, la banca centrale aveva stimato un’inflazione in calo al 24% già per fine 2025. Per quest’anno prevede un calo al 16% medio, ma in pochi ci credono.

Caccia del governo allo speculatore
Solamente negli ultimi 5 anni, i prezzi in Turchia sono esplosi in media di oltre il 617%, pari a una crescita annuale media del 48,3%. Ed è andata ancora peggio per i generi alimentari: +743%, cioè al ritmo annuale del 53,2%. Non c’è cosa peggiore di questa durante il Ramadan. I fedeli si astengono dal mangiare e bere tra l’alba e il tramonto.
Sono soliti consumare un pasto abbondante di sera. I consumi si concentrano in una fascia oraria molto ristretta e il governo teme il rischio che, più che negli anni passati, i ristoratori ne approfittino per alzare i prezzi senza alcuna giustificazione.
Ecco che spunta una multa fino a 1 milione e 800 mila lire (quasi 34.800 euro) per chi venisse pizzicato a fare la cresta sopra ogni logica. I social pullulano di scontrini pazzi. Ha fatto scalpore la storia di un cliente che ha lamentato di avere pagato 22.850 lire (circa 441 euro) per un piatto di polpette. La rabbia diffusasi sul web è stata così potente da avere indotto il governo a disporre un’ispezione, dalla quale sarebbe emerso – ha rassicurato il vice-ministro del Commercio, Mahmut Gurcan – che l’uomo abbia ordinato anche altro cibo, oltre a bevande alcoliche e non.
Alta inflazione esplosa con tassi bassi
L’alta inflazione non nasce dal fato. Negli anni scorsi, il presidente Recep Tayyip Erdogan si mise a rimpiazzare un governatore centrale dopo l’altro con l’obiettivo di ottenere tassi di interesse più bassi. L’elevata liquidità fece esplodere i prezzi e crollare il tasso di cambio. La svolta per cercare di riparare i guasti di questa politica ci fu dopo le elezioni presidenziali del maggio 2023.
Da allora, i tassi vennero alzati dall’8,50% fino al 50% e ancora oggi sono al 37%. E la lira è stata svalutata contro il dollaro del 55%. Ma la stabilità dei prezzi resta un obiettivo ancora lontano da centrare dopo anni di sfiducia alimentata dal lassismo monetario.
In realtà, l’inflazione non è un problema che nasce con Erdogan. Al contrario, in questi decenni si può dire che la Turchia abbia vissuto una situazione di relativa stabilità. E’ un male endemico con cui i turchi si sono abituati a convivere, al punto da detenere “sotto il materasso” migliaia di tonnellate di oro. Quanto di preciso non è certo. Le stime parlano di 5.000 tonnellate per un controvalore di 600 miliardi di dollari, stando al resoconto della banca centrale. Una ricchezza con effetti positivi per l’economia, in quanto avrebbe stimolato di recente i consumi per 200 miliardi grazie al boom dei prezzi. Non è poco per un’economia di 1.570 miliardi a fine 2025.
Erdogan deve salvare il Ramadan in Turchia dai prezzi alti
Erdogan vuole fare di tutto per garantire prezzi stabili in Turchia durante il Ramadan. I sondaggi danno il suo partito AKP dietro all’opposizione del CHP, nonostante questo sia stato decapitato dall’arresto nel maggio 2025 del sindaco di Istanbul, Ekrem Imamoglu. La sua popolarità negli anni è stata dovuta alla capacità di creare un benessere diffuso e visibile, modernizzando un Paese fino a poco prima arretrato. La scommessa è adesso di garantire quella stabilità tipica delle economie avanzate. E se il basso debito pubblico (sotto il 25% del Pil) è motivo di elogio dell’OCSE, l’alta inflazione continua a pesare come un macigno sulla reputazione all’estero di Ankara e sul giudizio che gli stessi turchi hanno delle loro condizioni di vita.
giuseppe.timpone@investireoggi.it
