Tra lunedì e ieri, Alphabet ha raccolto complessivamente 31,51 miliardi di dollari con l’emissione di bond multi-tranche denominati in dollari ($20 miliardi), sterline ($7,53 miliardi) e franchi svizzeri ($3,98 miliardi). E ha fatto scalpore una tranche, in particolare, denominata nella valuta di Sua Maestà. La sua peculiarità riguarda la durata di 100 anni. Scadenza nel 2126. La società a capo di Google ha così incassato 1 miliardo di sterline, circa 1,15 miliardi di euro, attirando ordini per quasi 10 volte superiori.
Bond a 100 anni di Alphabet, caratteristiche
Il bond a 100 anni di Alphabet è stato collocato sul mercato con cedola del 6,125% e spuntando un rendimento del 6,05%, vale a dire a premio di 120 punti base (1,2%) sul Gilt a 10 anni.
Considerati i livelli dei rendimenti britannici in questa fase, tutt’altro che un’emissione costosa per il debitore. Esso vanta rating altissimi: AA+ per S&P e Aa2 per Moody’s, rispettivamente secondo e terzo giudizio più alto della scala di valutazione. Non può essere altrimenti con liquidità a disposizione per 126,8 miliardi di dollari a fine 2025 e un debito netto negativo di 59,8 miliardi. In altre parole, la società ha più liquidità che debiti.
Bilanci solidi
Alphabet vanta anche la terza più alta capitalizzazione al mondo con 3.850 miliardi di dollari dopo NVIDIA e Apple. Ha riportato nel 2025 un utile netto di 132,2 miliardi. La maxi-emissione di questa settimana le consentirà di finanziare i 185 miliardi di investimenti nell’IA attesi per quest’anno, il doppio dell’esercizio passato. L’obiettivo consiste nel potenziare la chatbot Gemini e l’infrastruttura cloud.
Significato di un’emissione secolare
Ma perché emettere un bond a 100 anni? Alphabet non è la prima società a farlo.
Nella seconda metà degli anni Novanta ci fu una corsa tra le big companies americane, specie attive nel comparto tech. Tra queste troviamo IBM, Motorola e Coca Cola. Questo genere di emissioni ha senso a tre condizioni: tassi relativamente convenienti, finanziamento di progetti a lunghissima scadenza e capacità di attirare ordini da investitori interessati ad un orizzonte temporale molto lungo. L’ottimismo di entrambi i lati del mercato è insito. Chi può dire se tra un secolo Google sarà ancora in attività ed eventualmente a quali condizioni?
E perché investire in un bond a 100 anni? Di certo, non per riscuoterlo alla scadenza. Anzi, stando agli attuali standard di vita è molto probabile che neppure i figli, se non i nipoti, di chi investe riuscirà materialmente ad incassare il capitale. In effetti, gli investitori non sono quasi mai persone fisiche, bensì soggetti istituzionali interessati a parcheggiare la liquidità su di un asset abbastanza fruttifero. E’ il caso dei fondi pensione o delle tesorerie di grosse multinazionali e banche centrali. Questi investitori sanno che potranno incassare flussi di reddito a tempo indefinito. Male che vada, potrebbero rivendere il bond sul mercato secondario, pur rischiando di perdere parte del capitale.
Può esservi dietro anche una logica iper-speculativa, anche se più per le persone fisiche che di tanto in tanto si affacciano sul mercato secondario a caccia di simili bond.
L’idea è, in quel caso, di inserire in portafoglio un bond capace di apprezzarsi molto velocemente con il ribasso dei rendimenti. Fermo restando che la cedola relativamente elevata garantisce un adeguato flusso di reddito.
Lezione dagli anni ’90
Nello specifico, il bond a 100 anni di Alphabet necessita di qualche riflessione ulteriore. IBM emise un bond secolare nel 1996, quando era un gigante tech incontrastato. Dopo qualche anno passava già lo scettro a rivali come Microsoft e Oracle. E cosa dire di Motorola? Anch’essa si rifinanziava a 100 anni nel 1997. Era il primo brand negli USA, mentre oggi vale appena 70 miliardi di capitalizzazione, figurando alla posizione 342 dell’indice S&P 500. E se nel ’97 fatturava 30 miliardi, adesso appena 11.
Questi due esempi ci suggeriscono prudenza. Ripetiamo, nessuno investe in un bond a 100 anni nella convinzione di poterlo riscuotere. Tutt’al più, lo considera un trasferimento di ricchezza in favore delle future generazioni. Come comprare casa in tarda età, sapendo che ne godranno i frutti figli e nipoti. Bisogna stare attenti, però, che si trasferisca un asset realmente capace di mantenere la sua solidità o c’è il rischio di trasmettere ad altri solo un grosso rischio.
Sterlina preferita all’euro
Infine, una considerazione non secondaria. Alphabet ha emesso il bond a 100 anni in sterline. Perché non in dollari? Probabilmente, perché ha ritenuto attirare ordini a lunghissima scadenza tra gli investitori della City, che sono già abituati a finanziare il governo di Londra fino ai 50 anni. Negli USA, invece, le scadenze sovrane non vanno oltre i 30 anni. Tuttavia, avrebbe potuto anche indebitarsi in euro. Nella moneta unica esistono più scadenze secolari, tra cui due emesse dall’Austria. In un contesto geopolitico in cui si parla della possibile perdita per il dollaro del suo status di valuta di riserva, sarebbe stato un gran bel colpo d’immagine per noi.
Bond a 100 anni di Alphabet, quale messaggio per l’euro?
Se non è avvenuto, probabilmente è dovuto a diverse ragioni: le multinazionali a stelle e strisce non contrariano mai il governo che le protegge ed evidentemente non si fidano dell’Eurozona. L’euro è una valuta percepita come stramba all’estero, essendo emessa per conto di 21 stati autonomi. Già questo basta a spegnere le ambizioni di chi a Bruxelles immagina di prendere il posto o anche solo affiancare il dollaro. C’è anche da dire che un soggetto s’indebita in una valuta che spera si deprezzi, così da pagare in futuro cedole effettive più basse. E nei prossimi anni il cambio euro-dollaro è atteso in risalita, mentre la sterlina sconta diverse incertezze legate alla sua ormai cronica instabilità politica. Il resto lo fa il pessimo rapporto tra Commissione UE e giganti del web americani. Ecco che il bond a 100 anni di Alphabet è stato da un lato un possibile messaggio di sfiducia nell’euro, nonché di sostegno alla sterlina post-Brexit; dall’altro, la conferma che ci si attende un rafforzamento del nostro tasso di cambio.
giuseppe.timpone@investireoggi.it