Giorgia Meloni e Friedrich Merz si sono incontrati ieri al vertice di Villa Pamphili a Roma, anticipato da un articolo del quotidiano economico tedesco Handelsblatt, secondo cui la premier italiana è diventata la nuova alleata forte della Germania. La comunione d’intenti tra i due leader sta facendo parlare di “asse conservatore” in Europa. E non è di politica che stiamo parlando, perlomeno non in senso stretto. Il resoconto del faccia a faccia è stato un atto programmatico sul quale Roma e Berlino vogliono rilanciare la malconcia Unione Europea. Un documento che si apre con una frase emblematica: “L’Europa è rimasta indietro .”.
Tra Meloni e Merz rapporto altalenante
Di recente, i rapporti tra Meloni e Merz sono stati altalenanti.
A dicembre, la premier aveva riportato un doppio successo ai danni del cancelliere sul sequestro degli asset russi e la ratifica del Mercosur. Entrambi avversati dalla prima e sostenuti dal secondo. Ne era nato persino un faccia a faccia teso, ma alla fine la stampa tedesca avevano notato la sconfitta piena della Germania per il mancato asse con l’Italia.
In queste ultime settimane, invece, è andata bene. Sul Mercosur l’Italia ha ricevuto le rassicurazioni richieste in merito alle importazioni agricole dal Sud America e ha avallato l’accordo, pur sospeso dall’Europarlamento. E sulla Groenlandia ha frenato i toni bellicosi del presidente francese Emmanuel Macron contro gli Stati Uniti di Donald Trump. In ciò si è ritrovata la Germania, che con Merz punta a tenere unita l’alleanza euro-atlantica. L’indebolimento politico dell’Eliseo, privo di una maggioranza all’Assemblea Nazionale, pesa sulle relazioni franco-tedesche.
Viceversa, con l’Italia di Meloni ci sono vedute di idee molto simili su capitoli come immigrazione e Israele.
Pesa il declino politico di Macron e Francia
Merz è pragmatico e ha subito capito di non poter fare eccessivo affidamento su Parigi per i principali dossier europei e internazionali. Aveva debuttato escludendo l’Italia dal novero dei partner principali (Francia, Polonia e Ucraina), mentre ha cambiato idea in corsa per la necessità di alleanze solide. Roma non soltanto ha un governo stabile – caso più unico che raro in Europa di questi tempi – ma sta comportandosi bene sul piano dei conti pubblici. Ha un deficit già in calo al 3% e uno spread tra 60 e 65 punti base, ai minimi dal 2008, mentre le agenzie di rating premiano i BTp e puniscono gli Oat transalpini. Non meno importante: siamo l’unico Paese nell’UE a vantare ottime relazioni con l’amministrazione Trump. E a Bruxelles serve qualcuno che tenga i contatti con Washington nelle fasi più drammatiche, come in queste settimane.
Punti di accordo tra Italia e Germania
L’asse tra Meloni e Merz è tutt’altro che simbolico. Tocca la carne viva delle persone comuni. Il vertice romano ha esitato una comunanza di vedute attorno a tre argomenti principali: l’abbattimento della burocrazia nell’UE, il necessario pragmatismo sulla transizione energetica e l’altrettanto necessaria difesa europea. I due hanno concordato sullo snellimento burocratico a Bruxelles, tra l’altro arrestando la copiosa produzione di regolamentazioni ai danni delle imprese e dell’economia continentale. Hanno anche sostenuto l’urgenza di un mercato dei capitali comune per creare entità di grandi dimensioni capaci di reggere alla concorrenza globale.
Per snellire i tempi della burocrazia, Italia e Germania vorrebbero introdurre il principio del silenzio-assenso nelle autorizzazioni per i 27 stati comunitari. Fondamentale anche il principio della “neutralità tecnologica”, che sembra un’espressione asettica, mentre si porta dietro un dato politico forte, già sostenuto dal Partito Popolare Europeo: la transizione energetica non si deve porre come obiettivo di perseguire una sola tecnologia a discapito delle altre. Tradotto: il divieto di produrre auto elettriche dal 2035 non s’ha da fare. L’importante è ridurre le emissioni inquinanti.
Infine, ma non certo per importanza, il capitolo difesa. Più importante che mai, ora che non esiste più la certezza di una NATO funzionante capitanata dagli Stati Uniti. Lo scontro sulla Groenlandia conferma la necessità per l’Europa di dotarsi di strumenti credibili di deterrenza verso chicchessia. Con Merz c’erano 10 ministri, compreso il vice-cancelliere Lars Klingbeil, mentre 11 facevano parte della delegazione italiana. E’ stato sottoscritto il Piano d’azione per la cooperazione rafforzata, cioè investimenti comuni tra soggetti industriali tedeschi e italiani. Non era presente Leonardo, che insieme a Rheinmetall ha stretto un’alleanza paritetica per la produzione tra gli altri di veicoli da combattimento cingolati per un valore di 23 miliardi di euro ed esportazioni fino a 50 miliardi.
Meloni e Merz, asse contro tracollo europeo
L’asse tra Meloni e Merz è più che mai basato sul pragmatismo. I due leader conservatori hanno la necessità di cooperare per potenziare la crescita delle rispettive economie e reagire al declino europeo, che è insieme economico e geopolitico. Rispolverano la ricetta classica dei moderati: minore burocrazia, mobilità dei capitali e mercati aperti sul fronte commerciale, smantellamento delle regolamentazioni di matrice ideologica come il Green Deal, con l’aggiunta di una difesa europea comune. L’UE si è rivelata inadatta ai tempi e serve prendere in mano direttamente il destino del continente per evitarne il tramonto definitivo. La novità è che questa volta l’Italia è protagonista, non spettatrice passiva e nel menù di presunti alleati.
giuseppe.timpone@investireoggi.it