Una cosa appare certa: da tempo i rappresentanti della maggioranza di governo hanno anticipato che la legge di Bilancio del 2026 sarà molto più orientata alla crescita e con provvedimenti più incisivi rispetto a quella appena licenziata ed entrata in vigore. La legge di Bilancio 2026, infatti, ha lasciato l’amaro in bocca a molti, soprattutto sul fronte pensionistico. Le misure realmente innovative sono state poche, nonostante il sistema previdenziale venga da anni indicato come bisognoso di una riforma pensioni profonda. Oltretutto, l’attuale governo ha fatto del superamento della legge Fornero uno dei propri cavalli di battaglia, anche in campagna elettorale.
È per questo che il 2026, ultimo anno dell’attuale legislatura, viene visto come l’occasione decisiva per interventi strutturali, soprattutto su un tema, quello della previdenza, che la maggioranza continua a indicare come centrale. Non a caso, molti lettori ci scrivono suggerendo misure e soluzioni che potrebbero favorire il pensionamento e portare a una vera riforma del sistema. Ecco un quadro delle principali ipotesi oggi sul tavolo.
Non tutti i lavori sono uguali: le pensioni dovrebbero guardare a queste differenze
Potenziare le possibilità di pensionamento per chi svolge un lavoro pesante è un’esigenza sempre più sentita. Naturalmente, occorre prima chiarire cosa si intenda davvero per lavoro gravoso o usurante. Negli anni, il legislatore ha introdotto diverse misure che distinguono la platea dei beneficiari proprio in base all’attività svolta.
Se è vero che l’aspettativa di vita media cresce, è altrettanto vero che essa varia sensibilmente in base al tipo di lavoro. Misure come Ape sociale, quota 41 per i precoci e gli scivoli per lavori usuranti, ancora in vigore anche nel 2026, vanno in questa direzione.
Tuttavia, per molti osservatori, non sono sufficienti.
Non tutti i lavori realmente pesanti sono inclusi negli elenchi ufficiali. Inoltre, dal punto di vista burocratico, ottenere il riconoscimento di lavoro gravoso è spesso complesso: servono documenti dettagliati, talvolta rilasciati da datori di lavoro che nel frattempo sono cessati, falliti o non più reperibili.
A ciò si aggiungono vincoli stringenti. Per esempio, per accedere alla quota 41 precoci occorre aver iniziato a lavorare prima dei 19 anni. Basta un requisito mancante perché la misura diventi inaccessibile, a prescindere dalla reale usura del lavoro svolto. Lo stesso accade se negli ultimi dieci anni di carriera si sono avuti periodi di Naspi, cassa integrazione o cambi di mansione.
Pensioni anticipate per lavori gravosi e usuranti: ecco cosa chiede l’INPS
I vincoli previsti limitano fortemente le possibilità di uscita anticipata, anche per chi svolge attività oggettivamente logoranti. Un esempio emblematico è quello dei lavoratori notturni, ai quali si richiede di dimostrare, spesso con decenni di buste paga, l’effettivo svolgimento di turni notturni secondo parametri rigidissimi.
Basta che in alcuni anni il numero di notti lavorate sia inferiore alle soglie previste e l’intero diritto salta. Servirebbero quindi misure più accessibili e meno punitive, coerenti con il principio di tutela di chi svolge lavori incompatibili con un’età avanzata.
Paradossalmente, alcune misure nate per agevolare questi lavoratori prevedono forti penalizzazioni. L’Ape sociale, ad esempio, consente l’uscita a 63 anni e 5 mesi, ma impone un tetto massimo di 1.500 euro mensili, senza rivalutazione all’inflazione fino ai 67 anni. Inoltre, non sono previste tredicesima, assegni familiari o maggiorazioni sociali.
La riforma delle pensioni per lavori gravosi e usuranti
Negli anni sono state introdotte diverse agevolazioni per chi svolge lavori gravosi e usuranti. Basti pensare al blocco dell’età pensionabile a 66 anni e 7 mesi, valido fino al 2026 per queste categorie. Tuttavia, una vera riforma delle pensioni dovrebbe andare oltre.
In primo luogo, sarebbe necessario ampliare l’elenco delle attività riconosciute come gravose o usuranti, includendo professioni oggi escluse ma altrettanto logoranti. In secondo luogo, si dovrebbero rivedere requisiti contributivi, consentendo l’uscita con carriere più brevi, prossime ai 30 anni di contributi.
Oggi, invece, servono 35 anni per lo scivolo usuranti, 36 anni per l’Ape sociale e addirittura 41 anni per la quota 41 precoci. Requisiti che, di fatto, vanificano il senso stesso di una tutela per chi ha svolto lavori pesanti per gran parte della propria vita lavorativa.