Sono due, sostanzialmente, le cose che un lavoratore cerca quando si avvicina alla pensione: la via più veloce per lasciare il lavoro e una pensione il più possibile dignitosa. Parliamo di due aspetti diversi del sistema previdenziale italiano che, tuttavia, rappresentano entrambi un problema strutturale. Pensioni troppo lontane nel tempo e pensioni troppo basse sono una costante, tanto da alimentare da anni la richiesta di una riforma capace di risolvere entrambe le criticità.
Uno scenario che stride con ciò che si profila nei prossimi anni. Dal 2027, infatti, le pensioni saranno ancora più lontane, per effetto dell’aumento dell’età pensionabile, e ancora più basse, a causa dell’aggiornamento negativo dei coefficienti di trasformazione.
Un quadro decisamente sfavorevole, a meno che non si arrivi a una vera riforma delle pensioni, da costruire nel corso del 2026 per entrare in vigore dal 2027.
Ed è qui che torna una domanda ricorrente: potrebbe essere la volta buona per una nuova quota 41. Se non per tutti come promesso in passato dalla Lega, quantomeno flessibile. Come sembrava in procinto di entrare in funzione già nel 2026.
Una nuova quota 41 flessibile basata sull’ISEE
Ricapitolando: dal 2027 saliranno i requisiti per le pensioni anticipate, aumenterà l’età pensionabile per la vecchiaia e peggioreranno i coefficienti che trasformano i contributi in pensione. Problemi che il governo sembra voler affrontare, visto che ha lasciato aperta la porta a correttivi sull’aumento dei tre mesi previsto dal 2027.
Nella legge di Bilancio questi tre mesi sono stati diluiti nel biennio 2027-2028, ma restano comunque previsti. Salvo, però, l’impegno assunto su proposta della Lega di rivedere tutto nel corso del 2026.
Al di là della sterilizzazione di questo incremento, ciò che conterebbe davvero sarebbe l’introduzione di nuove misure di pensionamento anticipato. Una di queste, destinata inizialmente a sostituire quota 103 ma poi rimasta fuori dalla manovra, era la quota 41 flessibile.
La legge di Bilancio ha chiuso quota 103 senza introdurre alcuna alternativa. Ed è per questo che nel 2026 la misura potrebbe tornare sul tavolo, magari con alcuni ritocchi. Ma come funzionerebbe concretamente?
Quota 41 flessibile: tramontata o ancora in auge?
Uno dei principali difetti di quota 103 era il calcolo interamente contributivo della pensione, che produceva penalizzazioni molto pesanti. La quota 41 flessibile, invece, prevedeva penalizzazioni più leggere e lineari, con un’attenzione particolare ai soggetti più fragili.
Il meccanismo ipotizzato era chiaro: nessuna penalizzazione per chi presenta un ISEE inferiore a 35.000 euro. A questi lavoratori la pensione verrebbe riconosciuta in anticipo senza tagli. Per chi supera tale soglia, invece, sarebbe previsto un taglio del 2% per ogni anno di anticipo rispetto ai 67 anni di età.
Ecco perché si parlerebbe di quota 41 “flessibile”. Non sarebbe una quota 41 per tutti, ma una misura con limite anagrafico, fissato a 62 anni, lo stesso della quota 103. Nella peggiore delle ipotesi, cioè uscendo a 62 anni, la penalizzazione massima sarebbe del 10% dell’assegno.
Un taglio decisamente più contenuto rispetto a quello della quota 103, che per chi aveva 18 o più anni di contributi al 31 dicembre 1995 poteva tradursi in perdite del 30% o anche superiori sull’importo della pensione.
Una differenza sostanziale che rende la quota 41 flessibile, se davvero ripescata nel 2026, una delle poche vere ipotesi di riforma strutturale in grado di rispondere sia al bisogno di uscire prima dal lavoro sia a quello di non sacrificare eccessivamente l’importo della pensione.