Il sistema pensionistico italiano è considerato da molti tra i più complessi e, per certi versi, più paradossali che esistano. È una percezione diffusa soprattutto tra quei contribuenti che, pur avendo versato contributi per anni, si trovano a perdere il diritto alla pensione INPS o a dover attendere molto più del previsto per via di regole che ai più appaiono difficili da comprendere.
Un caso emblematico è quello che ci propone una nostra lettrice, che denuncia una disparità di trattamento destinata a riguardare anche molti altri soggetti. Per pochi euro di differenza, infatti, rischia di restare quattro anni senza pensione e senza alcun sostegno INPS, pur avendo superato i 20 anni di contributi versati.
“Gentili esperti, volevo sapere se esiste un modo lecito per superare una specie di montagna che mi si è presentata davanti sulla pensione. A maggio compio 67 anni. Ho 21 anni di contributi versati e sono due anni che non lavoro. Tutti i miei contributi rientrano nel sistema contributivo. Il Patronato mi ha detto che non potrò andare in pensione di vecchiaia perché, secondo i loro calcoli, la mia pensione sarebbe di 520/530 euro al mese. Mi dicono che, non arrivando all’importo dell’assegno sociale, l’INPS non mi concederà la pensione. Ma che regola è questa? Ho versato 21 anni di contributi e non mi danno la pensione. Inoltre, sempre il Patronato mi dice che, per il reddito di mio marito, non mi spetta nemmeno l’assegno sociale. Potete aiutarmi?”
Per pochi euro perdi quattro anni di pensione: ecco chi è coinvolto
Le regole applicate al caso della lettrice sono, purtroppo, corrette dal punto di vista normativo.
Per i cosiddetti contributivi puri, cioè coloro che hanno versamenti esclusivamente successivi al 31 dicembre 1995, la pensione di vecchiaia non dipende solo dall’età (67 anni) e dai 20 anni di contributi, ma anche da un ulteriore requisito.
La pensione deve infatti essere almeno pari all’importo dell’assegno sociale. Questo vincolo è inderogabile. Nel 2026 l’assegno sociale è pari a circa 545 euro al mese, dopo la rivalutazione (nel 2025 era pari a 538,69 euro).
Il problema nasce dal fatto che non sempre 20 o 21 anni di contributi consentono di raggiungere tale importo, soprattutto nel sistema contributivo, dove non esistono integrazioni al minimo né maggiorazioni sociali. Se la pensione risulta anche solo di pochi euro inferiore alla soglia, la pensione di vecchiaia viene negata.
In questi casi, il diritto alla pensione scatterà solo a 71 anni di età, quando anche i contributivi puri possono accedere alla pensione di vecchiaia a prescindere dall’importo.
Quando non spetta nemmeno l’assegno sociale
L’assegno sociale rappresenta, in teoria, l’alternativa per chi non può accedere alla pensione di vecchiaia. Tuttavia, si tratta di una prestazione assistenziale, legata esclusivamente ai redditi personali e coniugali.
Nel caso della lettrice, il reddito del marito supera le soglie previste dalla normativa. Di conseguenza, non spetta nemmeno l’assegno sociale. Il risultato è una situazione particolarmente penalizzante: nessuna pensione e nessun sostegno per quattro anni, dai 67 ai 71 anni di età.
È uno degli effetti più controversi del sistema previdenziale italiano, dove il possesso dei requisiti contributivi non è sempre sufficiente a garantire un reddito previdenziale.
Esistono soluzioni? Le poche strade possibili
Le possibilità di superare questo blocco sono purtroppo molto limitate. Una prima verifica da fare è controllare se esistano periodi riscattabili o figurativi anteriori al 1996. È sufficiente anche un brevissimo periodo nel sistema retributivo per far venire meno il vincolo dell’importo minimo e consentire l’accesso alla pensione di vecchiaia a 67 anni.
In mancanza di ciò, non esistono deroghe. L’unica altra ipotesi, teoricamente praticabile ma evidentemente assurda sul piano personale, sarebbe la cessazione del vincolo coniugale, qualora sia esclusivamente il reddito del coniuge a impedire l’accesso all’assegno sociale. Soluzione che, va ribadito, riguarda solo l’assegno sociale e non risolve il problema della pensione di vecchiaia, che allo stato attuale resta preclusa.
Una situazione che dimostra come, nel nostro sistema, pochi euro possano fare la differenza tra una tutela e quattro anni di vuoto previdenziale.