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Oggi: 17 Feb, 2026

Pensioni e aspettativa di vita: ogni lavoro è diverso e pure la generazione di appartenenza è diversa

La pensione e il collegamento all'aspettativa di vita, ecco come dovrebbe cambiare il meccanismo e perché dovrebbe.
3 settimane fa
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pensione aspettativa di vita
Foto © Pixabay

Sta facendo discutere, ancora una volta, il collegamento dei requisiti pensionistici all’aspettativa di vita della popolazione. Nonostante i lavori della manovra si siano conclusi a dicembre scorso e sia ormai definitivo che dal 2027 le pensioni saliranno di un mese, per poi arrivare a tre mesi di aumento complessivo dal 2028, il dibattito non si è affatto spento.

A far notizia, ora, è uno studio della Ragioneria Generale dello Stato che guarda già al 2029, ipotizzando un ulteriore incremento, peraltro più consistente rispetto ai due mesi originariamente previsti.

Il rischio concreto è che dal 2029 servano sei mesi in più per accedere alla pensione di vecchiaia e sei mesi di lavoro aggiuntivi per le pensioni anticipate ordinarie, che già oggi richiedono 42 anni e 10 mesi di contributi.

I sindacati chiedono apertamente lo scollegamento dei requisiti pensionistici dalla stima di vita della popolazione. Lo chiede anche la Lega. E dietro queste richieste sembrano esserci ragioni oggettive che, al momento, non vengono adeguatamente considerate.

Pensioni e aspettativa di vita: ogni lavoro è diverso e ogni generazione è diversa

Dal 2010, e poi stabilizzato ogni biennio dal 2012 con la riforma Fornero, il meccanismo che collega la stima di vita della popolazione ai requisiti di accesso alla pensione è probabilmente uno degli aspetti più discussi dell’intero sistema previdenziale.

Il principio è semplice: se cresce la vita media degli italiani, crescono anche i requisiti pensionistici. L’ultimo esempio concreto risale al 2019, quando l’età pensionabile passò da 66 anni e 7 mesi a 67 anni, mentre i contributi richiesti per la pensione anticipata salirono a 42 anni e 10 mesi.

L’unico requisito rimasto invariato è quello contributivo per la pensione di vecchiaia: 20 anni di contributi.

Nel 2027, grazie a una sorta di salvaguardia politica, l’aumento sarà limitato a un solo mese anziché tre, ma nel 2028 l’incremento complessivo arriverà comunque a tre mesi.

Ora, la Ragioneria Generale dello Stato segnala che nel 2029 potrebbe essere necessario aggiungere tre mesi, e non due come inizialmente ipotizzato. Ma è davvero corretto continuare ad applicare un meccanismo che calmiera la stima di vita su una soglia uniforme, come se tutti i lavoratori e tutte le generazioni fossero uguali?

Il meccanismo che lega pensioni e aspettativa di vita e perché non è equo

Il meccanismo è discutibile soprattutto perché non tiene conto delle generazioni. La stima di vita non è uguale per tutti. I nati negli anni Sessanta, ad esempio, non possono essere assimilati ai nati negli anni Ottanta sotto questo profilo.

L’aspettativa di vita varia in base alla generazione di appartenenza. Ma c’è anche un’altra variabile che il sistema ignora: la tipologia di lavoro svolto. Ogni attività lavorativa comporta carichi fisici e psicologici differenti, con effetti inevitabili anche sulla durata e sulla qualità della vita.

Eppure, nel meccanismo attuale, la stessa aspettativa di vita viene applicata indistintamente a tutti. Il risultato è che si rischia di portare l’età pensionabile a 67 anni e 6 mesi. E i contributi per le pensioni anticipate a 43 anni e 4 mesi, senza distinguere tra carriere, lavori e generazioni.

Senza contare che non è affatto certo che il requisito dei 20 anni di contributi per la pensione di vecchiaia resti intatto. C’è già chi ipotizza un innalzamento a 25 anni.

Aumento di età e contributi: ciò che non viene considerato

È vero che, come evidenziato anche da recenti rapporti OCSE, l’innalzamento dei requisiti pensionistici riguarda quasi tutti i Paesi avanzati. Tuttavia, l’Italia, insieme a Paesi del Nord Europa come Danimarca e Svezia, è tra quelli con gli inasprimenti più marcati.

Il problema è che non si cercano correttivi strutturali capaci di attenuare questo trend. Con il passare degli anni, la soglia contributiva per le pensioni anticipate continua a salire, rendendo sempre più difficile parlare davvero di “anticipo”.

Se si considerano i periodi di studio, che non sono automaticamente utili ai fini pensionistici se non attraverso riscatti onerosi, l’idea di arrivare a 44 anni di contributi appare sproporzionata.

A che età dovrebbe iniziare a lavorare un contribuente per maturare 44 anni di versamenti e andare in pensione prima dei 67 anni? La domanda è più che legittima. Per uscire a 60 anni, bisognerebbe iniziare a lavorare a 16 anni, con una continuità lavorativa perfetta, oggi sempre più rara.

Se poi si considera che l’età media di laurea è tra i 25 e i 26 anni, è evidente che per un laureato, senza possibilità di riscatto, la pensione anticipata diventa di fatto irraggiungibile. In questi casi, i 44 anni di contributi si maturerebbero solo a 69 o 70 anni, ben oltre l’età prevista per la pensione di vecchiaia.

Uno scenario che rende sempre più urgente una riflessione profonda sul legame automatico tra pensioni e aspettativa di vita. Perché l’equità del sistema, così com’è, appare sempre più difficile da sostenere.

Giacomo Mazzarella

In Investireoggi dal 2022 è una firma fissa nella sezione Fisco del giornale, con guide, approfondimenti e risposte ai quesiti dei lettori.
Operatore di Patronato e CAF, esperto di pensioni, lavoro e fisco.
Appassionato di scrittura unisce il lavoro nel suo studio professionale con le collaborazioni con diverse testate e siti.

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