Capita sovente di sentire di lettere dell’INPS che chiedono a un pensionato di restituire una parte della pensione percepita, perché non ha presentato le dichiarazioni reddituali oppure perché non ha rispettato alcuni adempimenti burocratici previsti per le prestazioni pensionistiche.
Ma capita altrettanto spesso di sentire di pensionati ai quali l’INPS non chiede solo la restituzione di una parte del trattamento, bensì la restituzione integrale di tutti i ratei percepiti nei mesi precedenti alla comunicazione.
Il tutto può avvenire per il mancato rispetto di un obbligo ben preciso che alcune misure previdenziali impongono. In particolare, oggi analizziamo il caso delle pensioni da restituire per violazione del divieto di cumulo tra redditi da pensione e redditi da lavoro.
Divieto che, in effetti, caratterizza diverse misure di pensionamento anticipato, le quali non consentono lo svolgimento di attività lavorativa, salvo rare e specifiche eccezioni.
Andare in pensione e lavorare, a volte l’INPS non lo permette
Se c’è chi si dispera perché l’INPS ha deciso di chiedere indietro maggiorazioni sociali non spettanti, oppure la quattordicesima mensilità, c’è chi si trova in una situazione ancora più grave.
In alcuni casi, infatti, l’INPS chiede la restituzione dell’intera pensione percepita, a partire dal mese di gennaio dell’anno in cui si è verificata la violazione. La violazione in questione è il mancato rispetto del divieto di cumulo tra redditi da pensione e qualsiasi reddito da lavoro.
Esistono misure di pensionamento anticipato che impongono una sorta di messa a riposo totale o quasi del neo pensionato. È come se la logica fosse questa: “vuoi andare in pensione prima? Allora non puoi tornare a lavorare”.
Questo principio è alla base di diverse forme di pensionamento anticipato, nelle quali il legislatore ha previsto un vincolo rigido proprio per evitare che l’uscita anticipata venga utilizzata come semplice anticipo economico rispetto a una prosecuzione dell’attività lavorativa.
Ecco i rischi che si corrono nel lavorare dopo essere andati in quiescenza
Fatta salva l’unica eccezione del lavoro autonomo occasionale entro il limite di 5.000 euro annui. Qualsiasi altra attività lavorativa può comportare la perdita del diritto alla pensione.
E non si tratta solo di perdere le mensilità future. In questi casi scatta anche l’obbligo di restituzione di tutti i ratei già percepiti nell’anno in cui si è verificato il ritorno al lavoro.
Queste regole valgono fino al compimento dei 67 anni di età per chi è uscito dal lavoro con le diverse quote pensionistiche. O con l’Ape sociale. Parliamo quindi di quota 100, quota 102, quota 103 e Ape sociale. Tutte misure per le quali è previsto il divieto di cumulo tra pensione e redditi da lavoro.
A prescindere dal fatto che il pensionato possa voler tornare a lavorare perché la pensione risulta insufficiente, le regole restano stringenti. Durante tutto il periodo di anticipo è vietato lavorare.
La perdita della pensione e l’obbligo di restituzione non sono proporzionati al reddito percepito. Basta anche un solo giorno di lavoro, svolto con un contratto regolare, magari per aiutare un parente, per far scattare la revoca della prestazione e l’obbligo di restituire tutti i ratei precedentemente incassati.
Una rigidità normativa che molti pensionati sottovalutano. Ma che può trasformarsi in un grave danno economico se non si presta la massima attenzione alle regole sul cumulo.
Nel 2025 alcune sentenze delle Corti hanno messo in evidenza la disparità tra l’utile ricavato dal lavoro svolto di alcuni penalizzati da tutto questo, con i soldi che alla fine vanno restituiti. Sono balzati alla cronaca fatti particolari come per esempio quelli relativi a chi ha fatto semplicemente la comparsa in un film. Fatto sta che l’orientamento dell’INPS è quello di seguire alla lettera le istruzioni e che le sentenze, anche se favorevoli, non fanno normativa.