Obbligazioni sostenibili, dalla Grecia un caso al limite del paradosso

La compagnia elettrica di Atene ha emesso un bond con grande riscontro tra gli investitori. Ma non tutto ciò che luccica è oro.

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Boom di ordini per la greca PPC

La scorsa settimana, la società greca Public Power Corporation (PPC) ha emesso obbligazioni sostenibili per 650 milioni di euro con scadenza nel 2026 e cedola fissa del 3,875%. Grazie all’elevata domanda, ha potuto sia contenere il tasso offerto, sia aumentare di 150 milioni l’importo collocato sul mercato rispetto alle previsioni iniziali. I proventi raccolti serviranno per finanziare il taglio delle emissioni inquinanti del 40% entro il dicembre 2022. Un obiettivo molto ambizioso, che spiega forse la ragione per cui tanti capitali siano affluiti per acquistare il debito emesso da una società con rating “spazzatura”. In effetti, Fitch classifica i bond di PPC con giudizio BB-.

La società in questione è la compagnia elettrica nazionale della Grecia, partecipata dallo stato al 51%. Di fatto, un’entità statale e dalle finanze traballanti. Negli anni recenti, a causa della crisi dell’economia ellenica, milioni di bollette della luce non sono state pagate, finendo nella montagna degli arretrati, che ammonta a diversi miliardi di euro. Dunque, il debito di PPC si mostra abbastanza rischioso. Eppure, la società è riuscita a rifinanziarsi a tassi relativamente bassi. In effetti, si è trattato della prima emissione sostenibile “junk” in Europa.

Parte del successo potrebbe essere legato anche alla previsione, in base alla quale se la società non sarà stata in grado di centrare l’obiettivo, dal 2023 la cedola annuale salirà dello 0,5%. Un piccolo incentivo a onorare l’impegno, ma se vogliamo anche per speculare contro il buon esito dell’operazione.

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Rischio “greenwashing”

E qui veniamo al paradosso. Siamo sicuri che il mercato sia corso a comprare il debito di PPC per finalità ecologiche o, al contrario, non abbia scommesso proprio sul mancato raggiungimento dell’obiettivo, cosa che innalzerebbe la remunerazione del bond? Quand’anche la risposta fosse la prima, non possiamo non notare come già con il piano industriale PPC abbia fissato al -62% le emissioni inquinanti entro il 2023, attraverso la chiusura delle centrali alimentate a carbone.

In buona sostanza, PPC avrebbe volutamente fissato un obiettivo di gran lunga alla portata per spacciarlo come impegno ad hoc contratto con il mercato ed emettere così debito a basso costo. In altre parole, indipendentemente dalla raccolta dei suddetti capitali, la società raggiungerebbe l’obiettivo, in quanto già contemplato dal suo piano industriale.

Le obbligazioni sostenibili si distinguono dai green bond per il fatto di non obbligare l’emittente a convogliare tutte le risorse ottenute per centrare i target legati all’abbattimento dell’inquinamento. A dire il vero, neppure lo stesso green bond obbliga contrattualmente a tale finalità, tanto che si parla sempre più spesso di “greenwashing”, una pratica che consiste nell’annacquare le finalità ambientali, sfruttandole per più generiche esigenze aziendali. Infine, troppo basso sarebbe l’aumento della cedola previsto per il caso di mancato raggiungimento del target entro il 2022. Evidentemente, la caccia al rendimento sta alimentando anche la bolla “verde”.

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