Obbligazioni bancarie in Italia in crisi costante, dai portafogli delle famiglie -500 mld in 10 anni

Sulle obbligazioni bancarie le famiglie italiane hanno disinvestito 500 miliardi di euro dai loro portafogli dal 2008. La fuga è iniziata ancor prima del "bail-in" e dei salvataggi delle banche.

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Sulle obbligazioni bancarie le famiglie italiane hanno disinvestito 500 miliardi di euro dai loro portafogli dal 2008. La fuga è iniziata ancor prima del

Risulta ancora in calo la raccolta obbligazionaria in Italia nel dicembre scorso, scesa a 234,6 miliardi, segnando -36,5 miliardi rispetto alla fine del 2017. Il trend appare incessante negli ultimi anni, come dimostrano questi dati che vi proponiamo. Il 2007, l’ultimo anno prima dello scoppio della crisi finanziaria mondiale, le banche italiane chiudevano l’esercizio con una raccolta tramite bond emessi per 605 miliardi di euro. Tuttavia, contrariamente a quanto pensiamo, i collocamenti presso le famiglie non sono diminuiti nel corso dell’anno successivo, nemmeno dopo il crac di Lehman Brothers, archiviando il 2008 a ben 729,5 miliardi, in crescita di 125 miliardi su base annua, a fronte di una raccolta bancaria complessiva in aumento di 100 miliardi. In pratica, il portafoglio delle famiglie si era riposizionato in favore proprio delle obbligazioni, le quali al tempo indicevano sulla raccolta totale per oltre il 40%.

Di lì, il crollo. A conti fatti, nell’arco di un decennio sono andati persi 500 miliardi di euro, 5 volte tanto il calo della raccolta, che alla fine del 2018 si attestava a 1.717,25 miliardi di euro. In altre parole, l’incidenza delle obbligazioni bancarie sulla raccolta tra la clientela è crollata al 13,7%, un terzo rispetto a 10 anni prima.

Per capire cosa sia successo, non si può non parlare proprio della crisi bancaria italiana, seguita agli sconquassi negli altri stati europei. Se le sofferenze lorde alla fine del 2008 risultavano pari al 2,7% del totale delle erogazioni, nel dicembre scorso erano ancora al 5,8%, pari a 100,2 miliardi di euro, seppure in forte calo su base annua per 67,2 miliardi. Al netto delle svalutazioni, risultavano a 29,5 miliardi, il 2,18%. L’allarme sembra sostanzialmente rientrato, pur rimanendo la montagna dei crediti deteriorati (prestiti scaduti, incagliati, in sofferenza e inadempienze probabili) in Italia su livelli quasi tripli rispetto alla media europea, intorno al 10% contro il 3,5%. Tuttavia, ciò è avvenuto a discapito dei bilanci delle banche, che dovendo fare pulizia tra i loro conti, hanno dovuto ricapitalizzarsi più e più volte e diverse chiedere aiuto allo stato, che è intervenuto con piani di salvataggio sin dal novembre del 2015, mese che segna uno spartiacque nella storia bancaria nazionale con gli strascichi polemici e le tensioni finanziarie che ne sono seguiti.

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In sostanza, i risparmiatori italiani non si fidano più delle nostre banche come un tempo. Vuoi per scarsa consapevolezza, vuoi anche per una maggiore fiducia riposta verso gli istituti, prima della crisi trovavano appetibile il rendimento offerto dalle obbligazioni bancarie, sebbene molte di queste fossero ad alto rischio, come nel caso delle subordinate. Contrariamente a quanto si penserebbe, il crollo della domanda non ha portato a un’esplosione dei rendimenti offerti, se è vero che questi sono passati nel decennio dal 4,49% di fine 2008 al 2,34% medio di due mesi fa, cioè da livelli di poco superiori alla media esibita dai BTp a circa mezzo punto in meno. Questo, perché le stesse banche hanno trovato poco conveniente ricorrere alle emissioni per rifinanziarsi, essendo loro disponibili alternative a costi nulli o quasi. Parliamo della liquidità a pioggia arrivata in questi anni dalla BCE con le aste Ltro prima (tra il dicembre 2011 e il febbraio 2012) e quelle T-Ltro dopo (tra la primavera del 2016 e quella del 2017). I nostri istituti sono stati quelli che più ne hanno beneficiato, avendo a bilancio oggi 250 miliardi di prestiti da restituire a Francoforte dall’anno prossimo.

Peraltro, l’analisi dei dati suggerirebbe una realtà un po’ diversa da quella che ci siamo raccontanti spesso, nel senso che non si riscontra un’accelerazione della fuga dalle obbligazioni bancarie con l’approvazione del “bail-in” nel 2013 in sede europea e, soprattutto, con il discusso salvataggio di Banca Etruria, Banca Marche, Carife e CariChieti nel novembre di due anni dopo. Alla fine del 2015, ad esempio, i bond piazzati nei portafogli delle famiglie italiane erano già scesi a 385 miliardi. Negli ultimi 3 anni, dunque, si sono persi altri 150 miliardi, secondo un ritmo che s’insinua perfettamente all’interno del trend decennale.

Chissà che, rischi percepiti a parte, gli italiani non tornino a investire in obbligazioni bancarie con la ripresa dei rendimenti nel prossimo futuro. Quando gli istituti non avranno più il sostegno diretto della BCE e inizieranno a pagare di più anche i depositi, attualmente ad interessi zero, probabilmente saranno costrette a tornare sui mercati per rastrellare liquidità in forma di bond, specie se il miglioramento dei ratios patrimoniali lo consentisse. Ad oggi, infatti, l’impedimento maggiore deriva proprio dalla natura debitoria delle obbligazioni, che va ad aggravare il grado di patrimonializzazione, con la Vigilanza europea e quella nazionale a monitorare che non scenda sotto determinati livelli. Una parziale scappatoia si rinviene con i bond ibridi, quelli convertibili dallo stesso emittente al verificarsi di condizioni prefissate, ma che per la loro rischiosità sono proprio inibiti all’investitore individuale, il quale dal canto suo non smania per buttarsi su titoli poco comprensibili e demonizzati dalla stampa spesso anche oltre il dovuto.

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