Inflazione in calo anche in aprile, ma la Turchia resta off-limits per i bond

La crescita dei prezzi rallenta in Turchia, anche grazie al crollo del petrolio, e la banca centrale taglia le stime per fine anno. Tuttavia, non sembra ancora arrivato il momento di puntare sull'obbligazionario.

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La crescita dei prezzi rallenta in Turchia, anche grazie al crollo del petrolio, e la banca centrale taglia le stime per fine anno. Tuttavia, non sembra ancora arrivato il momento di puntare sull'obbligazionario.

L’inflazione decelera anche in aprile in Turchia, attestandosi al 10,94%, sostanzialmente in linea con le attese. Gli analisti avevano stimato una crescita dei prezzi trainata perlopiù dagli alimentari e dal comparto salute, mentre i trasporti e i beni energetici chiaramente hanno fatto la loro parte nel senso opposto, dato il crollo delle quotazioni petrolifere di queste settimane. Per il mercato obbligazionario turco, sovrano e corporate, sarebbe una buona notizia, se non fosse che nel frattempo la lira scambia ai nuovi minimi storici contro il dollaro, perdendo oggi quasi un altro mezzo punto percentuale e da qualche giorno superando la soglia di 7.

L’indebolimento del cambio va nella direzione contraria alla disinflazione, sostenendo i prezzi dei beni importati. E, soprattutto, segnala che il mercato continua a non fidarsi di Ankara, portando i capitali all’estero. I rendimenti sovrani a 2 anni si attestano oggi all’8,92%, ben meno del 12,71% a cui erano arrivati a metà aprile. Grosso calo da allora anche per i decennali, scesi dal 14,80% all’11,80%. Il tratto della curva a medio-lungo termine si caratterizza, quindi, per rendimenti reali ancora di poco positivi. Quello medio-breve, invece, risente del taglio dei tassi all’8,75% e forse anche del taglio delle aspettative d’inflazione per fine anno della banca centrale, dal precedente 8,2% al 7,4%.

L’ennesimo taglio dei tassi in Turchia spinge il rendimento a 2 anni ai minimi dal 2016

Lira e inflazione

Ma la lira turca continua a restare debole anche nella percezione dei mercati, come segnalano i rendimenti ben inferiori dei bond emessi in dollari ed euro. Le obbligazioni in dollari con scadenza agosto 2024 e cedola 6,35% (ISIN: US900123CV04) offrono un rendimento del 6,79%, mentre quelle in euro gennaio 2025 e cedola 3,25% (ISIN: XS1629918415) rendono il 5,51%, in questo secondo caso del 4,40% in meno rispetto agli omologhi in valuta locale.

E tornando alle emissioni in dollari, il decennale gennaio 2030 e cedola 11,875% (ISIN: US900123AL40) viaggia a un rendimento del 7,26%, -3,55% rispetto allo stesso titolo in lire turche.

Questo significa che ci si attende una lira tendenzialmente in calo da qui al lungo periodo, come del resto lascia immaginare la politica monetaria disfunzionale di questi ultimi anni, con tassi reali negativi che hanno incentivato il deflusso dei capitali, per contenere il quale la stessa banca centrale ha dovuto adottare azioni di fatto di controllo dei movimenti finanziari. E fino a quando l’inflazione non scenderà stabilmente sotto i tassi d’interesse, difficile immaginare un ritorno dei capitali a beneficio dell’obbligazionario domestico. In teoria, ciò potrebbe accadere nei prossimi mesi, ma se in estate, come si prevede, i prezzi accelerassero la corsa, ponendo fine ai rallentamenti di quest’anno, dovremmo verosimilmente attendere fino all’autunno prima di toccare con mano un cambio di direzione.

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