Il conflitto tra Armenia e Azerbaijan colpisce poco i bond e punisce più Erevan

Le tensioni geopolitiche, sfociate in uno scontro militare, non stanno terremotando i rispettivi mercati obbligazionari. I bond armeni, però, pagano di più la crisi.

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Il conflitto lo pagano di più i bond dell'Armenia

Dal 21 settembre scorso, le tensioni tra Armenia e Azerbaijan per la regione del Nagorno Karabakh sono sfociate in un vero conflitto armato dalle conseguenze geopolitiche potenzialmente molto gravi. Gli armeni sono sostenuti dalla Russia e gli azeri dalla Turchia. Per fortuna, Mosca e Ankara stanno evitando di andare allo scontro totale. Ad ogni modo, nel cuore dell’Asia c’è una guerra e ciò non poteva non riflettersi sui mercati obbligazionari. I bond in dollari emessi dai due paesi si sono deprezzati nelle ultime settimane, ma la sorpresa è che sono caduti di molto poco.

Prendete il bond con scadenza marzo 2024 e cedola 4,75% (ISIN: XS1044540547) dell’Azerbaijan. Rispetto a prima del conflitto, ha perso appena l’1% e oggi rende il 2,70%. L’altra scadenza, gennaio 2029 e cedola 5,125% (ISIN: XS1678623064), ha perso all’incirca altrettanto e offre un rendimento contenuto del 3,95%.

Spostiamoci in Armenia. L’obbligazione governativa che scade in data 26 marzo 2025 e che reca cedola 7,15% (ISIN: XS1207654853) ha ceduto più del 3,5% e rende attualmente il 4,32%. E il titolo febbraio 2029 con cedola 3,95% (ISIN: XS2010043904) rende il 4,35%, avendo perso dallo scoppio del conflitto il 2,75%.

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Bond azeri migliori degli armeni

Come avete potuto notare, le obbligazioni armene stanno pagando maggiormente pegno di quelle azere. Ci sono ragioni evidenti alla base di tale tendenza. Anzitutto, i rating di entrambi sono “spazzatura”. Fitch lo ha tagliato a B+ per l’Armenia, mentre giudica il debito azero BB+. In effetti, a fine anno il rapporto debito/pil è atteso in salita al 64% nella prima e al 38% nel secondo. Non è tutto. L’Azerbaijan possiede un fondo sovrano da 43 miliardi di dollari, pari a circa l’85% del pil, che nei fatti più che annullerebbe l’entità del debito pubblico.

In un certo senso, è come se Baku non avesse alcun indebitamento e fosse in attivo. Il paese produce petrolio, risentendo dell’altalena delle quotazioni, ma avendo modo di alimentare le sue entrate fiscali e di registrare surplus di bilancio anche consistenti con cui alimentare il fondo sovrano.

E grazie alle esportazioni, l’Azerbaijan esibisce un saldo commerciale e corrente positivo, cioè può confidare sull’afflusso netto di valuta estera, contrariamente all’Armenia, le cui riserve valutarie ammontano a soli 2,4 miliardi, a fronte di un disavanzo commerciale e, soprattutto, di un imponente passivo corrente. Quest’ultimo equivaleva al 9,7% del pil nel 2019. Dunque, Erevan non può permettersi ulteriori deflussi dei capitali, altrimenti rischia di non essere più in grado di onorare le scadenze, non già per l’alto livello di indebitamento in sé, quanto per l’insufficienza di dollari con cui provvedere ai pagamenti.

Non è un caso, forse, che le suddette scadenze segnalino una curva dei rendimenti in dollari ripida per l’Azerbaijan e piatta per l’Armenia. Gli investitori sarebbero intimoriti più dal grado di resilienza finanziaria di Erevan nel medio periodo e scontano, quindi, prezzi più bassi sui bond con scadenze più ravvicinate per proteggersi dai rischi. Viceversa, si mostrano più ottimisti su Baku, che non a caso offre meno e, soprattutto, sul tratto più corto.

Obbligazioni emergenti “spazzatura” e che in dollari rendono fin sopra il 17%

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