Il bond in dollari della Corea del Nord non è un segnale di apertura al mondo

Pyongyang ha emesso obbligazioni in dollari e la notizia, pur non ufficiale, segnerebbe un passo storico verso la normalità dello stato eremita. Purtroppo, non sembra affatto che sia così.

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Pyongyang ha emesso obbligazioni in dollari e la notizia, pur non ufficiale, segnerebbe un passo storico verso la normalità dello stato eremita. Purtroppo, non sembra affatto che sia così.

Non si sa per la verità se sia vero, né eventualmente il suo importo, ma stando anche a quanto scritto nelle scorse settimane da NK Daily, quotidiano diretto dagli oppositori in esilio, la Corea del Nord avrebbe emesso a maggio un bond in dollari. Se così fosse realmente, si tratterebbe in apparenza di un passo storico compiuto da Pyongyang verso la normalizzazione della sua economia, oltre che un’apertura inattesa ai mercati internazionali. Sappiamo che lo “stato eremita” – così viene definito per la sua assoluta chiusura al resto del mondo – tende a chiudere i bilanci sempre in pareggio, non disponendo di alternative valide, cioè non potendosi indebitare con l’estero per assenza di creditori disponibili ad elargirgli denaro, né sui mercati finanziari, che qui non esistono.

Anche la Corea del Nord emette bond contro il Coronavirus e chi non li compra muore

In una sola altra occasione la Corea del Nord ha emesso obbligazioni in dollari: nel 2003. Allora, servì per combattere l’inflazione, mentre stavolta sembrerebbe che il paese abbia un problema di deflazione, a causa del contestuale crollo della domanda e dell’offerta di beni, sia per le sanzioni imposte dall’ONU contro la politica di armamento nucleare perseguita da Kim Jong-Un, sia per le terribili conseguenze del Coronavirus anche in questo angolo ignoto del mondo.

L’export verso la Cina, quasi unico partner commerciale di Pyongyang, risulta sostanzialmente azzerato, per cui l’accesso alla valuta forte è diventato un miraggio. Da qui, la decisione di emettere bond in dollari senza cedola. Pare che ai sottoscrittori sia stato promesso un capitale restituito in valore superiore all’importo prestato. Una sorta di zero coupon, insomma, con scadenza a 10 anni, nel caso in cui replicasse le caratteristiche dell’emissione di inizio millennio.

Il 60% del bond sarebbe stato riservato alle società controllate dallo stato e il restante 40% imposto a sottoscrittori privati, i cosiddetti “donju”, la nascente classe media sotto Kim Jong-Un. In sostanza, dopo anni di tolleranza verso un minimo di iniziativa privata, sarebbe arrivato il conto da pagare.

Corea del Nord debitore sfuggente

Dicevamo, prestiti internazionali impossibili. Non solo per ragioni di geopolitica (chi presterebbe ufficialmente soldi a una dittatura sotto le lenti della comunità internazionale?), esistendo un pregresso alquanto negativo nella storia nordcoreana. Dagli anni Ottanta, Pyongyang smise di pagare gli interessi sui debiti contratti con i governi occidentali, “impacchettandoli” in obbligazioni senza cedola e denominate per 163 milioni di euro attuali in marchi tedeschi e per 240 milioni in franchi svizzeri. Entrambe le tranche sarebbero scadute nel marzo scorso, ma non pare che siano state onorate. Dunque, il paese ha la fama di essere un pessimo pagatore per quanto concerne i debiti in valute estere.

Del resto, non esportando alcunché e, al contrario, avendo bisogno di importare beni e servizi per la sua economia, non possiede riserve valutarie apprezzabili, anzi il suo deficit per le sole materie prime verrebbe stimato in 2,3 miliardi di dollari per il 2019, nonché in peggioramento per quest’anno. Concludendo, non c’è alcuna normalizzazione economico-finanziaria in atto nella Corea del Nord, dove l’emissione del bond sarebbe avvenuta con la coercizione dei sottoscrittori, in assenza di un mercato secondario per realizzarne gli scambi e di cedole per remunerare il capitale prima della scadenza. E chissà se verrà mai restituito o se farà la fine di tutti gli altri.

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