Come sempre basta poco in Italia per far scattare paure e timori di perdere un trattamento che ad una certa età è necessario per vivere. Le pensioni, per esempio, sono un qualcosa su cui un anziano non può fare a meno. E anche un taglio di assegno o l’allarme su paventati tagli di assegno, tolgono il sonno. Questo vale adesso sulle pensioni di reversibilità. Con notizie contrastanti che parlano di nuove soglie di reddito a partire dalle quali scatterebbero fantomatici tagli di trattamento. Ecco come funziona nel 2026 la pensione di reversibilità e da dove scattano questi allarmi.
Ma davvero si rischiano tagli alle pensioni di reversibilità nel 2026?
Le pensioni di reversibilità sono quei trattamenti INPS che vengono erogati ed assegnati ai superstiti di un pensionato defunto.
Il coniuge soprattutto, ma anche gli ex coniugi in alcuni casi, oppure figlie ed altri familiari in determinate condizioni, possono avere diritto a questo trattamento. La reversibilità è una parte di pensione del defunto che finisce ai superstiti. In genere il 60% è la pensione di reversibilità spettante ai coniugi superstiti. Ma le percentuali variano in base ai familiari che ne hanno diritto, al loro numero e ai loro redditi. Ed è proprio quest’ultimo aspetto quello da considerare per verificare se si rischia di finire nei tagli della pensione di reversibilità. Che non sono una novità del 2026, ma sono attivi praticamente da sempre. Ciò che cambia sono le cifre di reddito visto che le prestazioni INPS da un anno all’altro cambiano per meccanismi come la rivalutazione per esempio. Non è quindi un falso allarme il taglio della pensione di reversibilità, ma dipende sempre dai redditi del beneficiario.
Tutto dipende dal trattamento minimo INPS
Nel 2026 cambia il trattamento minimo INPS, adeguato come sempre al tasso di inflazione. La rivalutazione produce un cambiamento dell’importo del trattamento minimo e a cascata, cambiano le soglie di tante altre prestazioni, tra cui proprio quelle che determinano il calcolo della pensione di reversibilità spettante. Per le pensioni di reversibilità prese da soggetti che hanno redditi che per importo finiscono con il non superare 3 volte l’importo del trattamento minimo, non ci sono tagli o penalizzazioni. Ma cosa significa redditi fino a 3 volte il trattamento minimo INPS? Nel 2025 questo trattamento minimo era pari a 603,40 euro al mese, mentre con la rivalutazione al tasso di inflazione del 2026, questo trattamento è salito a 611,84 euro (1,4% di inflazione). Ecco, pertanto, che nessuno rischia tagli e sforbiciate se il reddito totale tra pensione di reversibilità e tutto il resto, non eccede 1.835,50 euro circa al mese, cioè 23.862 euro annui.
Tagli alla pensione di reversibilità ma non per tutti e con cifre differenti in base ai redditi
Nessun allarmismo quindi. Parliamo di un meccanismo che funziona così da anni. Il taglio che subisce un titolare di un trattamento pensionistico come la pensione di reversibilità varia in base al suo reddito, ma a partire da un reddito complessivo superiore a 3 volte il trattamento minimo INPS.
Fino a 4 volte questo trattamento, cioè con redditi superiori a 1.835,50 euro al mese o 23.862 euro all’anno e fino a 2.447 euro al mese o 31.816 euro all’anno, il taglio della pensione di reversibilità è del 25%. Sale al 40% la sforbiciata per redditi fino a 5 volte il trattamento minimo, cioè fino a 3.059 euro al mese o 39.770 euro all’anno. Infine, la penalizzazione è del 50% per redditi ancora superiori. Ricapitolando, niente tagli per chi ha redditi fino a 3 volte il trattamento minimo. E niente tagli in casi particolari, come in presenza di figli minorenni, invalidi o studenti tra i beneficiari della pensione di reversibilità.