Dopo la legge di Bilancio 2026, per certi versi la situazione delle pensioni è peggiorata, anche se, oseremmo dire, solo in parte. Opzione donna e quota 103 sono infatti misure che non esistono più. Escludendo i pochi contribuenti che hanno cristallizzato il diritto alle due misure, nel 2026 nessuno potrà più andare in pensione attraverso questi strumenti.
Va però detto che entrambe le misure, per come erano diventate, erano poco utilizzate. Si trattava infatti di strumenti a calcolo contributivo, quindi penalizzanti, con limiti di importo massimo nel caso della quota 103 e vincoli di platea molto stringenti nel caso di opzione donna.
Al netto della scomparsa di queste due misure, ciò che realmente pesa sul futuro previdenziale è l’aumento dell’età pensionabile a partire dal 2027, un elemento che mina le prospettive di molti lavoratori.
Non a caso, una delle domande più frequenti è la seguente: “Ho 60 anni e 20 anni di contributi, quando vado in pensione?”
Ho 60 anni e 20 anni di contributi, quando vado in pensione?
Quella appena citata è davvero la domanda delle domande. Il sistema pensionistico, come dimostra l’ultima manovra di Bilancio, è in continua evoluzione. Nuove misure possono sempre essere introdotte e di futuro previdenziale si discute costantemente. Allo stesso tempo, misure esistenti possono fare la fine di quota 103 e opzione donna.
Con le regole del 2026, non è affatto detto che le stesse condizioni restino valide nel 2027 o negli anni successivi. Per questo, fornire certezze a chi oggi ha 60 anni di età e solo 20 anni di contributi è un esercizio piuttosto azzardato. Una carriera contributiva di questo tipo, infatti, non consente l’accesso a forme di pensionamento anticipato.
Attualmente esistono canali di uscita a 63 anni, a 64 anni o addirittura senza limiti anagrafici. Tuttavia, si tratta di misure che richiedono carriere molto lunghe, spesso comprese tra 30 e oltre 42 anni di contributi. Con soli 20 anni di versamenti, chi oggi ha 60 anni dovrà inevitabilmente fare i conti non solo con l’aumento di un mese dell’età pensionabile previsto dal 2027, ma anche con ulteriori futuri inasprimenti.
Considerando la carriera contributiva limitata, è quasi certo che questi lavoratori rientreranno pienamente nei meccanismi di adeguamento legati all’aumento della speranza di vita. In teoria, chi oggi ha 60 anni potrebbe accedere alla pensione di vecchiaia tra circa sette anni, quindi nel 2033, con almeno 20 anni di contributi e un’età anagrafica di 67 anni. Ma si tratta di una soglia destinata a salire.
Cosa accadrà nei prossimi anni all’età pensionabile
Se l’obiettivo teorico diventa il 2033, parlare di inasprimenti è inevitabile. L’ultima legge di Bilancio ha infatti stabilito chiaramente che nel 2027 l’età pensionabile salirà di un mese. Passando così da 67 anni a 67 anni e un mese. Dal 2028, è previsto un ulteriore incremento di due mesi, con il requisito fissato a 67 anni e 3 mesi.
Resta viva la speranza che il governo, su impulso della Lega di Matteo Salvini, possa in futuro sterilizzare questi aumenti con una nuova manovra o con un provvedimento ad hoc. Tuttavia, al momento non esistono certezze, e occorre attenersi a quanto scritto nero su bianco nella manovra.
Per chi oggi ha 60 anni, quindi, non è più realistico fissare l’uscita a 67 anni esatti. Inoltre, se nel 2028 la speranza di vita continuerà a crescere, come indicano le attuali tendenze statistiche, potrebbero arrivare ulteriori due mesi di aumento, e così via, biennio dopo biennio.
In sostanza, chi oggi ha 60 anni e compirà 67 anni nel 2033, per andare in pensione potrebbe dover attendere fino a nove mesi in più rispetto a chi va in pensione oggi. Un orizzonte che rende evidente quanto il tema dell’età pensionabile resti uno dei nodi più critici del sistema previdenziale italiano.