“Morte all’ayatollah” e “lunga vita allo scià”. Le proteste in Iran dilagano tra slogan scanditi contro il regime islamista e che, addirittura, inneggiano a Reza Pahlavi, il figlio dello scià deposto dalla Rivoluzione Islamica nel 1979 e che si trova in esilio tra Stati Uniti ed Europa. Intervistato da Fox News, si è detto pronto a guidare il suo Paese dopo essersi preparato per tutta la vita in vista di questo momento. Dietro alle manifestazioni si cela l’esasperazione per una crisi dell’economia senza più apparente via di uscita. Il rial è ogni giorno di più carta straccia e l’inflazione divora i redditi delle famiglie.

Crisi del rial causa delle proteste in Iran
Le proteste si stanno tenendo in 111 città sparse in 31 province e ad oggi le autorità hanno confermato l’identità di 34 manifestanti rimasti uccisi, mentre 2.200 sono stati arrestati. Il confronto con il 2022 è immediato. Allora, la morte per mano della polizia morale della 22-enne Mahsa Amini provocò oltre 550 vittime e portò agli arresti di 20.000 cittadini. Ma il presidente Masoud Pezeshkian ha dato ordine di non soffocare le proteste e lo stesso ayatollah Khamenei, guida spirituale dell’Iran dal 1989, ha riconosciuto la necessità del dialogo, pur avvertendo che “i rivoltosi vanno messi al loro posto”.
Nel tentativo di placare gli animi, il governo ha appena annunciato un’indennità mensile di 7 dollari per 71 milioni di cittadini. Nessuno nelle istituzioni alza più di tanto la voce, perché sa che questa volta è diverso. Complice la congiuntura geopolitica, la Repubblica Islamica rischia come mai prima di essere spazzata via.
Ha mostrato tutta la sua debolezza nel giugno scorso, quando i raid di Israele e Stati Uniti hanno fatto emergere la capacità del nemico di colpirla al cuore senza resistenze degne di nota. Siria e Libano non sono più sotto la sua egida e i ribelli Houthi nello Yemen sono molto indeboliti, così come Hamas è stato decapitato da Israele.

Commercianti esasperati, bazar in rivolta
Le proteste in Iran originano nel bazar di Teheran, dove il 28 dicembre scorso i commercianti hanno abbassato le saracinesche per dire basta alla crisi del rial che azzera i loro guadagni. Il cambio contro il dollaro ha perso oltre l’80% negli ultimi 3 anni. L’inflazione sfiora il 50% e quella alimentare il 60%. Solamente nei 5 anni al settembre scorso, i prezzi del cibo sono esplosi del 660%. Ora, bisogna vedere da dove l’Iran prenderà i soldi per pagare le indennità ai cittadini. Peseranno per oltre l’1,5% del Pil. E con un deficit fiscale già stimato per quest’anno in aumento sopra il 6%, il rischio è che il regime prosegua sulla strada delle stamperie monetarie, finendo per accelerare l’inflazione e di peggiorare lo stesso stato d’animo delle famiglie.
Dal petrolio rischi per l’economia iraniana
Nel triennio 2023-2025, la massa monetaria in circolazione è più che raddoppiata. La disoccupazione giovanile resta altissima al 30%. Non a caso sono proprio i giovani a scendere di più in piazza e a reclamare il ritorno dello scià. Non hanno ricordi dell’Iran prima dell’ayatollah e vedono nel passato le condizioni per il rilancio economico e del processo democratico. La situazione può peggiorare dopo la cattura di Nicolas Maduro in Venezuela. Le quotazioni internazionali possono scendere sull’aumento dell’offerta globale.
Già oggi l’Iran vende il suo greggio a sconto rispetto al Brent di 2,5-5 dollari al barile. Non ha un problema di costi, dato che riesce ad estrarre anche a soli 10 dollari. Il problema è che per tenere i conti pubblici in ordine, esso ha bisogno di quotazioni non inferiori a una media di 105 dollari al barile contro i 55,5-57,5 dollari attualmente incassati. E la produzione è salita a 3,2 mln di barili al giorno, pur restando sotto i massimi dei 4 milioni del decennio passato. Sotto lo scià, era su livelli più che doppi di oggi.
Crisi del rial frutto di assenza di fiducia in Iran
Il petrolio incide per un quarto dell’economia, se comprendiamo tutte le attività ad esso connesse. Tuttavia, finanzia fino al 60% del bilancio statale. Senza di esso, le entrate piomberebbero e l’Iran non si potrebbe più permettere di erogare anche i servizi più basilari. Le proteste del bazar non stanno passando inosservate a Teheran. E’ qui che a fine anni Settanta si decise la caduta dello scià. I commercianti sono l’ossatura dell’economia privata e un ceto influente che neppure gli islamisti al potere possono ignorare. La crisi del rial li tocca nel profondo, perché sono costretti a importare a costi crescenti senza più poter scaricare sui clienti gli aggravi.
La brutta notizia per loro è che il regime nulla può sul punto, salvo cambiare del tutto impostazione economica e geopolitica, cosa che appare irrealistica. Il cambio collassa per l’assenza di fiducia tra gli stessi cittadini verso la valuta domestica. Servono più di 1,48 milioni di rial per 1 dollaro, quando nel ’79 con lo scià ne bastavano 47.
Una crisi che sta convincendo sempre più anche il ceto medio che in Iran serva una rottura senza compromessi con il presente.
giuseppe.timpone@investireoggi.it