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Oggi: 07 Gen, 2026

Venezuela e USA firmano accordo petrolifero: cosa cambia per l’energia e i mercati globali

Accordo sul petrolio sottoscritto tra Venezuela e USA per un valore di 2,8 miliardi di dollari. Ecco l'impatto sul mercato globale.
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L'accordo sul petrolio tra USA e Venezuela
L'accordo sul petrolio tra USA e Venezuela © Investireoggi.it

Il presidente Donald Trump ha annunciato nelle scorse ore la sottoscrizione di un accordo petrolifero tra USA e Venezuela. Caracas esporterà 50 milioni di barili di “alta qualità” a Washington a prezzi di mercato per un introito complessivo di 2,8 miliardi di dollari. Questo denaro, ha spiegato il tycoon, sarà sorvegliato da egli stesso “a garanzia degli interessi del popolo venezuelano e americano”. Un annuncio importante e non del tutto inatteso, se non forse nei tempi. Dopo la cattura di Nicolas Maduro da parte dei militari a stelle e strisce direttamente nella capitale della repubblica bolivariana, era stato proprio Trump a dichiarare la gestione diretta delle risorse petrolifere e della transizione politica nello stato andino.

Significato dell’accordo sul petrolio tra USA e Venezuela

Il valore di tale accordo non è soltanto simbolico, ma cambia le regole della geopolitica. Il Venezuela era tra i principali fornitori degli USA prima che cadesse nelle mani di Hugo Chavez dalla fine degli anni Novanta. Nel 1998, vi aveva esportato oltre 500 milioni di barili per una media mensile di quasi 42 milioni. Nei primi 10 mesi dello scorso anno, le esportazioni verso la superpotenza risultavano contratte a circa 42,50 milioni di barili per una media mensile di 4,25 milioni. Un tracollo del 90%, che ha pesato particolarmente nell’ultimo decennio sull’economia venezuelana.

Caracas non ha potuto rimpiazzare gli USA con altri importatori a causa sia dell’embargo che delle basse estrazioni. Negli anni d’oro, riusciva a produrre 2,5-3 milioni di barili al giorno. Negli ultimi anni, è rimasta bloccata tra 700.000 e 1 milione di barili. Ha potuto esportare poche centinaia di migliaia di barili al giorno verso destinazioni ufficialmente segrete, ma che nei fatti sono note: la Cina di Xi Jinping, in primis.

Tramite l’Iran, ha contravvenuto alle sanzioni e venduto greggio al principale avversario degli USA nello scacchiere internazionale.

Trump alza la testa su materie prime con Cina e Russia

L’annuncio in fretta e furia dell’accordo sul petrolio tra USA e Venezuela ha avuto il senso di mandare un messaggio proprio a Cina e Russia. Washington vuole dimostrare che non nutre alcun timore reverenziale sulle materie prime, dato che tramite la nuova rete di alleanze riesce ad accedervi. Ed è per questo che alza la voce anche sulla Groenlandia, che disporrebbe di vasti giacimenti di terre rare. Trump vuole trattare con i suoi nemici non solo ad armi pari, ma con il coltello dalla parte del manico.

Fino ad oggi, la geopolitica aveva imposto all’Occidente moderazione riguardo ai toni e alle misure nei confronti delle potenze rivali. Se esso possiede i capitali, gli altri hanno le materie prime. Trump sta capovolgendo questo assunto: l’America non è soltanto più una potenza finanziaria, ma punta a diventarlo pienamente anche sul fronte dell’approvvigionamento alle risorse minerarie ed energetiche. L’impatto dell’annuncio di queste ore può essere considerato “bearish” per il petrolio, che non a caso oggi ha ripiegato un po’ sui mercati internazionali.

OPEC più debole, America Latina più lontana dai BRICS

Il Venezuela potenzierà la produzione di petrolio ed esporterà di più negli USA, riducendo o finanche azzerando la loro dipendenza dal resto del mondo. Si affievolisce ulteriormente il potere di ricatto dell’OPEC, che già da tempo non è più il cartello ben saldo e minaccioso degli anni Settanta, quando controllava metà dell’offerta globale. Adesso, vale meno di un terzo. In prospettiva, conterà ancora meno. Di esso fa parte proprio il Venezuela, che potrebbe tirarsi fuori e diventare un braccio armato dell’Occidente nelle fasi critiche. Con l’accordo Trump vuole fare scendere le quotazioni per abbassare l’inflazione domestica e agevolare il taglio dei tassi della Federal Reserve. Con un occhio alle elezioni di metà mandato a novembre, puntando a conservare la maggioranza repubblicana al Congresso.

Coloro che eccepiscono che gli USA stiano mettendo le mani sul petrolio del Venezuela, come confermerebbe l’accordo, dovrebbero sapere che la stessa cosa per decenni hanno fatto Russia e Cina. E in tutta l’America Latina. Addirittura, Mosca avrebbe potuto espropriare la raffineria Citgo, controllata dalla compagnia petrolifera statale venezuelana PDVSA, a causa del mancato pagamento dei debiti di questa. Il governo americano ha impedito che ciò accadesse e che i russi controllassero un asset strategico sul proprio territorio nazionale. La cattura di Maduro ha implicato la fine di questo andazzo. Più che allungare le mani sulle risorse di Caracas, Washington le ha mozzate ai suoi rivali asiatici. Le materie prime sul continente americano non saranno più loro. Colombia, Brasile ed economie minori sono avvertiti.

giuseppe.timpone@investireoggi.it 

 

 

 

 

 

Giuseppe Timpone

In InvestireOggi.it dal 2011 cura le sezioni Economia e Obbligazioni. Laureato in Economia Politica, parla fluentemente tedesco, inglese e francese, con evidenti vantaggi per l'accesso alle fonti di stampa estera in modo veloce e diretto. Da sempre appassionato di economia, macroeconomia e finanza ha avviato da anni contatti per lo scambio di informazioni con economisti e traders in Italia e all’estero.
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