Credit Suisse prima grande vittima di Archegos, ma i rischi finanziari arrivano dai tassi a zero

La banca svizzera è stata travolta dalle maxi-perdite del fondo speculativo americano, ma il problema è più vasto e riguarda tutto il mercato

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Credit Suisse - Archegos: ecco perché i rischi finanziari aumentano

Mentre le borse segnano nuovi record e quasi fanno dimenticare la crisi sanitaria ed economica in corso ormai da un anno, i rischi finanziari incombono. Credit Suisse si aspetta una maxi-perdita di 900 milioni di franchi svizzeri nel primo trimestre, a seguito dei 4,4 miliardi (4 miliardi di euro) “bruciati” a causa dell’affare Archegos. E sono saltate le prime teste. L’Investment Bank CEO, Brian Chin, e il Chief Risk and Compliance Officer, Lara Warner, si dimetteranno con effetto immediato, ha fatto sapere ieri il CEO, Thomas Gottstein. Chin sarà rimpiazzato da Christian Messner, oggi a capo della divisione che si occupa della gestione patrimoniale internazionale e vice-CEO dell’investment banking.

Il CEO di Credit Suisse ha definito “inaccettabili” perdite così significative legate a un cliente. Sono state aperte due inchieste interne per accertare cosa sia accaduto in relazione ad Archegos e anche a Greensill, la società di servizi finanziari britannica. In relazione ai conti del primo trimestre, la banca ha tagliato il dividendo a 0,10 franchi per azione. Stando alle quotazioni attuali, ciò implica un dividendo in area 1%. Ma l’immagine di Credit Suisse sta uscendo appannata dalla vicenda. La scorsa settimana, l’istituto aveva dovuto avvertire il mercato che i suoi conti sarebbero stati significativamente colpiti, a causa delle vicissitudini relative a un cliente negli USA, poi individuato prontamente dagli analisti nel “family office” di Bill Hwang.

Rischi finanziari accresciuti dalle banche centrali

Il caso Credit Suisse non è isolato. I rischi finanziari stanno travolgendo anche Nomura, che ha registrato a sua volta perdite stimate in 2 miliardi di dollari, mentre tra le altre banche coinvolte, pur presumibilmente molto meno esposte, troviamo l’americana Goldman Sachs.


Tutte sono state accomunate dalla voglia di lucrare dal business speculativo del cliente. Qualcuno la definirebbe avidità, come quella che avrebbe originato tutte le precedenti crisi finanziarie. Ma la vicenda s’intreccia con un trend abbastanza inquietante negli ultimi anni e che ci delinea uno scenario di allarme per la sostenibilità del sistema bancario globale.
Come sappiamo, le banche lucrano dall’attività di erogazione dei prestiti. Raccolgono risparmi tra i clienti, generalmente a bassissimo costo, e lo impiegano sia a sostegno del credito per imprese e famiglie, sia per operazioni di natura prettamente finanziaria. Il loro profitto deriva dal margine d’interesse, cioè dalla differenza tra tassi attivi e tassi passivi. Per intenderci, una banca fa utili se riesce a prendere denaro in prestito al 2% e a prestarlo al 5%. Questo “core” business sta subendo un grosso colpo da anni, a causa del fatto che tutte le principali banche centrali iniettano da anni tanta liquidità sui mercati e tengono i tassi azzerati o, addirittura, negativi sui depositi delle banche commerciali. Succede così che il margine d’interesse si sia compresso a livelli minacciosi per la profittabilità delle banche, dato che i tassi passivi non possono essere tagliati sotto una certa soglia, salvo mettere in conto una fuga dei depositi dei clienti.

L’allarme di Fineco e l’assunzione di rischi maggiori

A questo punto, l’attività principale delle banche è divenuta meno appetibile, se non portatrice di rogne. Fineco ha di recente informato i clienti sulla possibile chiusura dei conti correnti sopra i 100.000 euro, a meno che il titolare non abbia investito in altri prodotti o abbia richiesto e utilizzato un prestito. Specie a seguito della pandemia, raccogliere troppa liquidità e prestare denaro sono risultati non solo poco remunerativi, ma anche più rischiosi. Ecco perché le banche stanno puntando da tempo su altre fonti di entrata, vale a dire le commissioni. Esse sono la remunerazione a cui hanno diritto in relazione all’offerta di prodotti e servizi d’investimento, di fatto un’alternativa crescente all’attività dei prestiti.

Ed ecco che Archegos ha svelato cosa stia accadendo negli ultimi anni a questa parte. A caccia di commissioni per rimpinguare le loro casse, le banche hanno dovuto abbassare la guardia circa i rischi finanziari derivanti dalle operazioni d’investimento, con buona pace di fattori come la scarsa reputazione dei clienti. E Bill Hwang aveva una pessima nomea dopo essere stato sanzionato dalla SEC per insider trading nel 2013, ma paradossalmente per questo era diventato più appetibile per i broker: avendo bisogno del loro sostegno per aprire posizioni speculative, offriva loro laute commissioni, superiori alla media del mercato, tali da attirare il sistema bancario.

Più rischi finanziari per le banche in cerca di profitti

Per concludere, le banche stanno fuggendo dalla loro attività tipica per puntare sulla finanza, specie di natura speculativa, al fine di ottenere entrate alternative ai sempre più bassi interessi attivi. Ma questo implica necessariamente doversi addossare rischi finanziari maggiori. Pensate che la liquidità a fiumi iniettata dalle banche centrali sta gonfiando all’inverosimile gli assets azionari e quelli obbligazionari, costringendo gli istituti a inserire in portafoglio titoli inflazionati e non solo poco remunerativi (si vedano i rendimenti dei bond e il rapporto tra prezzi e utili per le azioni), ma anche potenzialmente esposti allo scoppio della bolla. Anche qui sorge la necessità di accrescere la remunerazione spostandosi su assets e mercati più rischiosi, come i bond “high yield” e le economie emergenti. Ecco perché Archegos è solo la punta di un iceberg. E i mercati finanziari appaiono un Titanic che vi si avvicina pericolosamente.

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