Presidenti Camera e Senato, perché i 5 Stelle di Di Maio rischiano il disastro dal voto

Partite le operazioni di voto per i presidenti di Camera e Senato. La XVIII legislatura è iniziata e se il Movimento 5 Stelle rompe l'intesa con il centro-destra, rischia di perdere tutto, anche la speranza di andare al governo.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Partite le operazioni di voto per i presidenti di Camera e Senato. La XVIII legislatura è iniziata e se il Movimento 5 Stelle rompe l'intesa con il centro-destra, rischia di perdere tutto, anche la speranza di andare al governo.

E’ ufficialmente iniziata la XVIII legislatura con l’apertura delle operazioni di voto al Senato prima e alla Camera poco dopo per eleggere i rispettivi presidenti delle Aule. Quasi sicuramente, le prime votazioni esiteranno fumata nera. Il Movimento 5 Stelle non vuole sentir parlare di Paolo Romani per il massimo scranno di Palazzo Madama, avendo riportato una condanna. E così, rischia di saltare l’accordo con il centro-destra, che prevede a tutt’oggi che ai grillini spetti il presidente della Camera e a un uomo o donna della coalizione vincente quello del Senato. Ma sarà un diluvio di schede bianche oggi e molto probabilmente si dovrà attendere almeno domani sera per conoscere i nomi dei successori di Laura Boldrini e Pietro Grasso.

Luigi Di Maio ha chiesto stamattina di convocare una nuova riunione dei leader dei gruppi parlamentari per giungere a un’intesa, ma continua a rifiutare la partecipazione all’incontro di Silvio Berlusconi, con cui formalmente non tratta. Una posizione inaccettabile per Forza Italia, che rischia di fare saltare l’accordo sulla spartizione delle presidenze. E Matteo Salvini sta cercando a fatica di mediare, anche perché fiuta il pericolo che dall’elezione delle due cariche nasca una maggioranza di governo, ma tra centro-destra e PD. E il leader leghista non vuole governare insieme ai democratici.

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Il rischio disastro per i 5 Stelle di Di Maio

In questo marasma, a correre più rischi di tutti sarebbero, però, proprio i grillini. Al Senato, alla quarta votazione vi sarà l’elezione certa di colui che prenderà più voti, anche se non necessariamente la maggioranza assoluta. E a quel punto, il centro-destra avrebbe i numeri sufficienti per eleggersi da solo chicchessia. Non lo stesso per la Camera, dove il candidato pentastellato, verosimilmente Danilo Toninelli, avrà comunque bisogno dell’appoggio o del PD o di almeno parte del centro-destra, ossia della Lega. E se nessuno dei due schieramenti lo votasse? Si andrebbe avanti fino a quando non si troverà un accordo. Tuttavia, difficile che Forza Italia avallerebbe un grillino a Montecitorio, non avendo ricevuto il favore a Palazzo Madama. Se tutto il centro-destra trovasse un’intesa con almeno i renziani per eleggere un nome gradito alle due parti, Di Maio avrebbe perso la partita.

Certo, un simile scenario presupporrebbe che la Lega accettasse, poi, l’idea di stare al governo con un pezzo o tutto il PD, cosa che ad oggi rifiuta categoricamente. Ma se in questi due giorni emergesse l’impossibilità di stringere un’intesa credibile con i grillini e Berlusconi lo mettesse spalle al muro “o noi o loro”, tutto sarebbe possibile. E per Di Maio non significherebbe solo e tanto di avere perso la terza carica dello stato, quanto di essersi bruciato come potenziale premier alle consultazioni al Quirinale, che inizieranno forse dopo Pasqua. Se il suo M5S, già con in mano numeri insufficienti per governare da solo, non si mostrasse per allora capace di stringere accordi con almeno uno dei due schieramenti o pezzi di essi, nessuna credibile opportunità che riceva l’incarico. E il mezzo trionfo del 4 marzo si trasformerebbe in un mezzo flop.

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Argomenti: Politica, Politica italiana