Perché le privatizzazioni degli anni Novanta sono state un disastro annunciato

Le privatizzazioni degli anni Novanta sono sul banco degli imputati in questi giorni, dopo il crollo del Ponte Morandi a Genova. Serve davvero la nazionalizzazione?

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Le privatizzazioni degli anni Novanta sono sul banco degli imputati in questi giorni, dopo il crollo del Ponte Morandi a Genova. Serve davvero la nazionalizzazione?

Il crollo del Ponte Morandi a Genova con la scia di vittime che si è portata dietro ha acceso i fari dell’opinione pubblica sulla carenza delle infrastrutture in Italia. Ancora di più si dibatte sulla necessità o meno di mantenere privata la gestione delle autostrade con opposte visioni sul tema. Il vice-premier e ministro dell’Interno, Matteo Salvini, ha frenato nei giorni scorsi sull’ipotesi di ri-nazionalizzazione lanciata dagli alleati pentastellati di governo, sostenendo di non essere dell’idea che lo stato debba gestire tutto, pur non escludendo che ciò possa accadere per le autostrade dopo i tragici fatti del 14 agosto. In realtà, ciò che emerge dalla vicenda sono le modalità opache con cui alla fine degli anni Novanta è avvenuta l’assegnazione della gestione ad Autostrade per l’Italia, oggi controllata al 30% dal fondo Atlantia, di proprietà della famiglia Benetton.

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Non vi fu gara allora, bensì trattativa privata tra stato e gli attuali gestori. Perché? La ricostruzione non è facile, visto che parliamo di 20 anni fa, ma il centro-sinistra che stava al governo e che oggi si riconosce nel PD sostiene che non vi fosse alternativa, visto che nessuno all’infuori dei Benetton si presentò per rilevare la gestione di un buon 60% delle autostrade italiane. Di diverso avviso altri commentatori, tra cui il giornalista Nicola Porro, che nota come si fosse presentata ai tempi una società australiana, sostanzialmente ignorata dal governo. Sovranismo ante litteram o collusione tra pubblico e privato?

Le privatizzazioni senza mercato all’italiana

Quanto avvenuto per le autostrade è stata la replica delle modalità con cui sono stati privatizzati altri asset fino ad allora dello stato, come l’ex SIP, divenuta Telecom Italia, o Enel, rimasta sotto il controllo del Tesoro e quotata in borsa per il resto. In tutti i casi, la cessione ai privati è avvenuta senza una previa liberalizzazione dei rispettivi mercati. Per intenderci, la compagnia telefonica e quella elettrica erano monopoli pubblici e sono rimaste tali fino a pochi anni fa, quando grazie alla direttiva Bolkenstein del 2006 sono state costrette ad aprire alla concorrenza. Ora, privatizzare una società monopolistica comporta rischi evidenti per l’economia, ossia l’esplosione dei prezzi/tariffe e senza che a ciò equivalga un servizio altrettanto migliorato. Rispetto alla gestione pubblica, che carica le eventuali perdite sui contribuenti e mantiene spesso le tariffe sottocosto o a livelli molto contenuti per ragioni sociali, un privato tende a massimizzare legittimamente il profitto, approfittando di una domanda senza alternative disponibili.

E allora come mai lo stato privatizzò negli anni Novanta senza liberalizzare prima? Aldilà delle interpretazioni maligne, la ragione economica risiede nella volontà dei governi di allora di fare cassa. Una cosa è, infatti, vendere a un privato una società in monopolio, un’altra consegnargliela in una condizione concorrenziale. Poiché i profitti sarebbero più alti nel primo caso, il prezzo massimo a cui lo stato potrebbe vendere la società risulterebbe maggiore rispetto all’ipotesi di un mercato liberalizzato. Parliamo degli anni in cui lo stato aveva la necessità di rastrellare quante più entrate possibili dal capitolo privatizzazioni per abbellire i bilanci e presentarsi in regola con l’Europa prima dell’ingresso ufficiale nell’euro.

Fu così che la privatizzazione di Telecom fruttò complessivamente allo stato 13 miliardi, Eni ed Enel ben 62 miliardi in tutto. Incassi totali: 127 miliardi in una ventina di anni, qualcosa come oltre il 7% del pil di oggi. Se da un lato tali entrate hanno contribuito a frenare l’aumento del debito pubblico, dall’altro il modo con cui sono state perseguite ha provocato diversi problemi. Siamo stati l’unico paese, ad esempio, ad avere venduto sia la rete che il servizio nel caso delle utilities. In sostanza, abbiamo trasferito l’infrastruttura ai privati, oltre che la gestione di un servizio monopolistico per molti anni, senza nemmeno che ciò abbia fruttato alle casse dello stato chissà quanto. Inoltre, come abbiamo avuto modo di verificare specialmente con Telecom, gli azionisti di controllo che si sono succeduti nei decenni, tra cui la spagnola Telefonica e la francese Vivendi, non hanno investito a sufficienza nello sviluppo e nell’ammodernamento della rete, ambendo perlopiù a eliminare un asset concorrenziale su uno dei principali mercati avanzati. Tant’è che all’inizio di quest’anno, con una classica operazione di sistema, il governo Gentiloni utilizzò la Cassa depositi e prestiti per scardinare la compagine azionaria in Telecom e per “cacciare” i francesi di Vincent Bolloré, alleandosi con il fondo Elliott per l’attuazione di un piano di ri-nazionalizzazione mascherata della rete nel medio termine.

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Servono vere privatizzazioni e libero mercato

E allora, il punto centrale del dibattito non riguarda se un asset debba rimanere pubblico o meno, ma a quali condizioni verrebbe venduto ai privati. Le “svendite” degli anni Ottanta e Novanta di cui parlano in tanti hanno alienato le simpatie degli italiani rispetto al capitolo privatizzazioni, percepite come regalie dei governi a una stretta cerchia di amici capitalisti squattrinati e parassiti. Le privatizzazioni servono, invece, proprio per valorizzare risorse altrimenti mal gestite dallo stato, che anche nel caso di Genova ha dimostrato perlomeno di non essere stato in grado di vigilare adeguatamente, figuriamoci nel caso in cui si occupasse di nuovo della gestione delle autostrade. Tuttavia, ogni cessione dovrebbe avvenire in condizioni di concorrenza, con la stipula di contratti pubblicati e accessibili a tutti i cittadini, anziché apponendo su di essi il segreto di stato, segno evidente di come i governi abbiano voluto tenere all’oscuro l’opinione pubblica delle modalità a dir poco collusive praticate in fase di privatizzazione.

Inutile trasferire a soggetti privati monopoli e cercare successivamente di limitarne i profitti con l’imposizione di formule matematiche difficili da monitorare in fase di applicazione ed eludibili dal vigilato con azioni non sempre sindacabili, rientrando nella sfera della libera impresa. Si possono evitare sin dal nascere simili problematiche accompagnando ogni privatizzazione con l’apertura del mercato a soggetti sia nazionali che stranieri per ampliare il più possibile la platea dei pretendenti, a tutto beneficio non solo degli incassi, bensì pure della qualità del servizio offerto all’utenza e delle tariffe ad essa praticate.

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Argomenti: Crisi economica Italia, Economia Italia

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