Pensioni, quattro verità scomode per gli italiani

Quota 100, clausole di salvaguardia, età pensionabile, etc. Italiani in rivolta contro i governi per il presunto cattivo trattamento dei pensionati, ma è davvero così?

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Quota 100, clausole di salvaguardia, età pensionabile, etc. Italiani in rivolta contro i governi per il presunto cattivo trattamento dei pensionati, ma è davvero così?

“Dovremmo fare come in Francia”, “noi italiani siamo un popolo di pecore, buoni solo a lamentarci su Facebook, ma i francesi fanno i fatti” e “i francesi sì che hanno gli attributi, altro che i nostri sindacati sotto il governo Monti”. Sono solo alcune delle innumerevoli frasi che si possono leggere sui social dopo che il governo di Parigi ha dovuto ritirare (provvisoriamente?) la riforma delle pensioni, a seguito di settimane e settimane di dure proteste che avevano paralizzato la Francia.

Al di là del singolo episodio, dai talk show ai dibattiti in Parlamento, passando per il bar sotto casa, sembra che i pensionati italiani siano la categoria più bastonata. Come stanno realmente le cose?

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Partiamo dal confronto con i lavoratori. Dal 2000 al 2018, stando all’Istat, gli importi nominali delle pensioni di vecchiaia sono cresciuti del 70%, gli stipendi del 35%, cioè la metà. Sfuma il mito dei pensionati che avrebbero pagato la crisi più di altri. E’ vero il contrario: i pensionati italiani hanno beneficiato delle norme che automaticamente rivalutano gli assegni sulla base del tasso d’inflazione. Non lo stesso può dirsi dei lavoratori, che hanno dovuto stringere i denti e, già fortunati per avere conservato il posto di lavoro, non hanno certo potuto richiedere aumenti di stipendio adeguati. Si pensi, poi, al blocco decennale per i dipendenti pubblici.

Pensioni basse

Sì, ma i pensionati percepiscono assegni bassi. Insomma. La voce di spesa per le pensioni è di 204 miliardi di euro, a fronte di 17,8 milioni di prestazioni. In teoria, così ciascuna prestazione varrebbe meno di 1.000 euro al mese, tredicesima inclusa (955 euro), ma va precisato che il numero dei pensionati risulta più basso, cioè di circa 16 milioni, in quanto esistono molti di loro che percepiscono più trattamenti. E così, l’importo medio lordo mensile sale a 1.065 euro, sempre tredicesima inclusa. Parliamo di medie, per carità. L’Inps ci dice, ad esempio, che quasi due pensioni su tre in Italia stanno sotto i 1.000 euro al mese, percentuale che sale ai tre quarti per le donne.

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Nessuno sottovaluta o schernisce il malessere diffuso tra i tanti pensionati costretti ad arrivare a fine mese con gli spiccioli, ma guardando ai dati generali, non sembra che l’Italia se la passi così male nel confronto internazionale. Basti sapere che un pensionato tedesco percepisce appena più di 800 euro, sempre in media. Capite perché la Germania si sia indisposta nel salvare la Grecia, dove un pensionato percepisce ancora oggi sopra i 900 euro mensili, a fronte di un costo della vita nettamente più basso?

Aumentare le pensioni minime

Qualcuno ribatterà che per eliminare il fenomeno della povertà tra gli anziani, sarebbe opportuno aumentare le pensioni minime. I partiti di tutti gli schieramenti ci giocano da anni sul tema. Sì, ma chi paga? Già oggi, lo stato eroga all’Inps oltre 25 miliardi all’anno per finanziare la spesa pensionistica non coperta dai contributi. Gli assegni dovrebbero essere il corrispettivo dei contributi versati, ma poiché spesso se ne versano pochi, a causa del lavoro nero o carriere discontinue, ecco che interviene lo stato a dare una mano, affinché le prestazioni non scendano al di sotto di un livello minimo. Queste somme vengono attinte dalla fiscalità generale, cioè dalle imposte che paghiamo (e sono salate!) per mantenere i servizi. Parliamo di Irpef, Irap, Ires, IVA, accise, etc.

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Se calcassimo la mano con pensioni minime più generose, chi mai avrebbe convenienza a sacrificarsi durante la propria vita lavorativa per pagare i contributi, quando in nero lavorerebbe senza nulla dovere allo stato e confidando nella sua generosità per la vecchiaia? E sarebbe corretto che i lavoratori che abbiano contribuito in maniera totale per la loro pensione si trovassero a pagare anche per gli altri e in misura così imponente?

Andiamo in pensione troppo tardi

Infine, l’età pensionabile è troppo alta. Formalmente, abbiamo ragione.

L’Italia vanta l’età ufficiale più alta per andare in pensione nell’area OCSE, vale a dire 67 anni per uomini e donne da quest’anno. In Germania, passeranno ancora diversi anni prima di tendere a questa età. Però, l’età effettiva nel nostro Paese scende a soli 62 anni, 3 anni e 5 mesi in meno rispetto alla media OCSE. Peggio di noi fanno paesi come Spagna, Grecia, Francia e Lussemburgo, ma restiamo nella parte bassa della classifica.

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E, soprattutto, siamo noi a spendere più di tutti per le pensioni dopo la Grecia, il 16,6% del pil. Come mai questa discrepanza tra età ufficiale ed età effettiva? Semplice, le leggi in Italia sono fatte per essere aggirate da altre. Da un lato, si costringe una discreta platea di lavoratori a restare al lavoro fino a 67 anni, dall’altro si trovano gli escamotage per farli andare in pensione prima, come quota 100, la pensione anticipata, l’Ape social, l’Opzione donna, le infinite clausole di salvaguardia, etc. E questo non è per nulla serio. Meglio sarebbe abbassare proprio l’età pensionabile ufficiale, eliminando tutte o quasi le scappatoie previste per questa o quella categoria.

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