La fusione FCA-Peugeot è un’operazione anti-tedesca e c’entra Trump

La fusione tra Fiat Chrysler e Peugeot-Citroen rappresenta uno scossone per il mercato automobilistico mondiale e con implicazioni politiche assai rilevanti per la stessa Casa Bianca di Donald Trump.

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La fusione tra Fiat Chrysler e Peugeot-Citroen rappresenta uno scossone per il mercato automobilistico mondiale e con implicazioni politiche assai rilevanti per la stessa Casa Bianca di Donald Trump.

Il tempo dirà se effettivamente la fusione tra Fiat Chrysler e Peugeot-Citroen sarà alla pari o se prima o poi uno dei due gruppi automobilistici tenderà a prevalere sull’altro. Per il momento, il mercato sembra avere benedetto l’operazione, anche se tramite i rialzi a doppia cifra delle azioni FCA, mentre il bilancio ad oggi si mostra passivo per PSA.

E non potrebbe essere altrimenti, visto che il valore di capitalizzazione pre-accordo del gruppo francese viaggiava su livelli di poco superiori a quelli del neo-partner (incluso lo stacco straordinario del dividendo sulla cessione di Magneti-Marelli), mentre la fusione sta avvenendo con l’assegnazione di quote paritarie.

Sul piano industriale, essa si giustifica grazie a convenienze reciproche. Gli italo-americani accederanno alla tecnologia francese per la produzione di auto elettriche e verso la quale sono rimasti parecchio indietro, al contempo sopperendo anche alla debolezza delle vendite in Europa. I francesi, a loro volta, entreranno sul mercato americano e in una prima fase guideranno il colosso con Carlo Tavares. Ma il significato di questa operazione sarebbe anche politico. Francia, Italia e USA decidono di stringere un accordo in un mercato molto sensibile per Donald Trump, che molte delle sue chance di rielezione nel novembre 2020 se le gioca proprio a Detroit, dove punta a fare il bis di successo tra i lavoratori del comparto.

La Casa Bianca ha minacciato esplicitamente l’imposizione di dazi sulle auto europee, al fine di colpire la Germania, che a suo avviso “esporta troppo in America”, sulle cui strade scorrazzano troppe Volkswagen e Bmw, lamenta il tycoon da anni. Durante il faccia a faccia con il premier Giuseppe Conte nelle settimane scorse, Trump dichiarò di non avere (ancora) imposto dazi sulle auto europee per non colpire l’economia italiana. Chiaramente, un bluff. Il punto è semmai capire come si muoverebbe nei prossimi mesi, sapendo che adesso il terzo colosso automobilistico europeo sia diventato anche americano. Innalzerà le tariffe doganali anche al costo di danneggiare i propri interessi, pur di fare un dispetto ai tedeschi?

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Il tema dazi USA sulle auto europee

Grazie alla fusione, l’America penetrerà maggiormente sul mercato europeo e Trump potrà vendere l’accordo sostenendo che esso consentirà maggiori esportazioni verso il Vecchio Continente.

Con questa mossa, italiani e francesi avrebbero messo al riparo l’Unione Europea dai dazi USA contro le sue auto. O no? Viene il dubbio che il secondo tempo di questo film in pieno svolgimento riserva qualche sorpresa. E se Trump imponesse ugualmente i dazi sulle auto europee, ma trovando un escamotage per esentare FCA-PSA? Ad esempio, in virtù della quota paritaria detenuta da Detroit, le importazioni non verrebbero più considerate legalmente tali.

Se così fosse, la fusione avrebbe un retrogusto ancora più marcatamente anti-tedesco di quello che si pensi. Essa non solo insidierebbe il primato europeo di Volkswagen, ma otterrebbe una sorta di porto franco per accedere al mercato americano a condizioni di favore rispetto al gruppo di Wolfsburg. E chissà se dietro al rinvio dei dazi USA non vi sia stata una qualche soffiata alla Casa Bianca per informarla che di lì a breve sarebbe stato annunciato il “merging” tra Detroit-Torino e Parigi!

Del resto, i rapporti tra Francia e Germania sono tutt’altro che sereni, malgrado le apparenze. La stessa Commissione UE della tedesca Ursula von der Leyen rischia di nemmeno debuttare, date le tensioni dell’asse sulla bocciatura della candidata a commissario di Parigi. Emmanuel Macron non vuole legarsi mani e piedi ad Angela Merkel sul piano delle relazioni internazionali, consapevole che sarebbe un’operazione perdente Oltreoceano. Berlino lo sa e già non ha mancato di fare capire all’alleato la forte irritazione per il flirt con Washington.

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