Il debito pubblico italiano è una questione meridionale

Il debito pubblico italiano è salito sopra il 150% del PIL con la pandemia, ma gli studi dimostrano che è essenzialmente un problema del Sud

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Debito pubblico, boom ad ottobre

Il fardello del debito pubblico è passato in secondo piano nelle cronache politiche di questi ultimi due anni, occupate quasi esclusivamente dal problema della pandemia. Eppure, proprio a seguito di quest’ultima il nostro Paese ha toccato nel 2020 un rapporto debito/PIL vicino al 160%, in netta crescita dal 135% dell’anno precedente. Nel 2021, dovrebbe essere sceso vicino alla soglia del 150%. In ogni caso, le distanze con il resto d’Europa sono evidenti. Abbiamo livelli di indebitamento doppi rispetto alla Germania e di un terzo superiori alla media dell’Area Euro.

Tuttavia, parlare di debito pubblico in Italia è come affermare che ogni italiano in media mangi un pollo al mese. Rome Business School lo ha calcolato regione per regione, trovando risultati a dir poco stupefacenti. Il Centro-Nord (Lombardia, Veneto, Piemonte, Emilia-Romagna, Toscana e Marche) vantano un rapporto debito/PIL attorno all’80% e nei fatti all’avanguardia in Europa, persino inferiore ai livelli tedeschi.

La Lombardia guida la classifica virtuosa con appena il 71,9%.

Per contro, nel Sud e Isole il rapporto esplode alla media del 230%, ma con punte del 305,3% in Calabria. Tirando le somme, il debito pubblico italiano è essenzialmente una questione meridionale. In un certo senso, lo sapevamo già. Eppure, queste cifre ci appaiono agghiacciati. Se solo la politica italiana riuscisse ad attivare lo sviluppo dell’economia nel Sud, gradualmente il nostro principale problema nazionale verrebbe meno. La parte pessimistica del racconto è che si parla di 160 anni di questione meridionale e siamo sempre punto e a capo.

Debito pubblico e spesa per interessi

Cosa innalza così spaventosamente il rapporto debito/PIL al Sud? Anzitutto, il basso livello del PIL, mediamente un terzo più basso della media nazionale.

A tale riguardo, il Pnrr varato dal governo Draghi ridurrebbe le disparità territoriali, pur non di molto. Il PIL meridionale, al 22% del totale nel 2019, salirebbe al 23,4% nel 2023. Bene, ma non benissimo. I bassi redditi finiscono con il generare basse entrate fiscali, al netto dell’economia sommersa diffusa. E poiché i servizi costano uguale da Nord a Sud, nei fatti ciò implica che lo stato centrale sia costretto ad attingere all’extra-gettito del Nord per mantenere livelli di vista standard nell’altra parte dello Stivale. E così, ad esempio in media un cittadino lombardo versa oltre 5.000 euro all’anno in più allo stato di quanto riceva in servizi, mentre uno siciliano riceve in servizi quasi 2.000 euro in più ogni anno di quanto versi.

E per fortuna che negli ultimi anni il costo del debito si è abbassato, rasentando lo zero nel 2021. Ciò ci ha consentito di allungarne le scadenze medie e di risparmiare sulla spesa per interessi. Anche per questo ci siamo un po’ rilassati, consapevoli che lo stock sia elevato, ma che il suo impatto sui conti pubblici decresce di anno in anno. Già, ma fino a quando? I tassi d’interesse torneranno presto a salire e rifinanziare il debito pubblico in scadenza costerà di più. E i mercati inizieranno a chiedersi se sia sostenibile un’economia che cresce poco e continua a indebitarsi. A proposito, il Fondo Monetario Internazionale ha tagliato le stime globali e per l’Italia ora vede un PIL a +3,8% da +4,2%. Finora, la BCE ha coperto le magagne, ma con un’inflazione al 5% non può più spingersi oltre il proprio mandato a lungo.

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