Franco svizzero verso la parità con l’euro o la tensione si sta allentando?

Forte pressione sulla valuta elvetica, che si è rafforzata nelle ultime settimane contro l'euro ai massimi da 5 anni. Da qualche seduta, la tensione sembra un po' stemperata. Vediamo cosa succede.

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Forte pressione sulla valuta elvetica, che si è rafforzata nelle ultime settimane contro l'euro ai massimi da 5 anni. Da qualche seduta, la tensione sembra un po' stemperata. Vediamo cosa succede.

Da lunedì, il cambio tra franco svizzero ed euro è risalito sopra 1,06 per la prima volta dalla fine di aprile, avendo toccato un massimo di 1,0650. Ma la valuta elvetica continua a guadagnare quasi il 2,5% quest’anno sulla moneta unica e nei fatti la Banca Nazionale Svizzera (BNS) sta faticando a tenerla sotto controllo. Nel solo ultimo mese, i depositi a vista presso di essa sono cresciuti di 36,3 miliardi, salendo al nuovo massimo storico di 673,5 miliardi. Questi numeri confermerebbero gli interventi dell’istituto per indebolire il franco, in quanto sarebbero il frutto di acquisti di valute estere, in cambio dei quali alle banche viene rilasciata valuta domestica, che torna indietro sotto forma di depositi per l’appunto.

Franco svizzero, cambio minimo contro l’euro a rischio?

La BNS sostiene di non perseguire alcun tasso di cambio di riferimento, pur ribadendo a ogni occasione utile che il franco resti sopravvalutato e da anni nemmeno cita più l’espressione per la quale esso sarebbe destinato a indebolirsi nel medio-lungo termine. Tuttavia, sappiamo che da quando ha abbandonato la difesa del cambio minimo di 1,20 contro l’euro – eravamo a metà gennaio 2015 – si sarebbe posta come obiettivo non ufficiale di impedire che il franco si apprezzi sotto 1,05. In effetti, nelle ultime settimane, man mano che questo riferimento veniva testato dai mercati, gli interventi dell’istituto si rafforzavano, tant’è che tra metà aprile e l’1 maggio i depositi a vista risultano essere cresciuti di 26,6 miliardi di franchi.

Si direbbe che stia riuscendo nell’intento di “sgonfiare” un po’ il cambio, se è vero che improvvisamente da lunedì la tendenza rialzista abbia ceduto il passo all’indebolimento. In realtà, si tratterebbe di un fenomeno esogeno, esterno al suo operato.

Il cambio euro-dollaro, ad esempio, questa settimana si sta muovendo decisamente al rialzo, prossimo a 1,10, quando venerdì scorso aveva chiuso a 1,0816. E l’oro ha ripiegato dai massimi dal 2012 toccati proprio lunedì mattina, il segno che le tensioni sui mercati internazionali si sono un po’ sopite negli ultimi giorni sulla riapertura di diverse economie dopo settimane di “lockdown”, tra cui l’Italia. E un primo accordo franco-tedesco sul “Recovery Fund”, per quanto incompleto e non risolutivo della crisi in corso nell’Eurozona, perlomeno sta incoraggiando i mercati a un cauto ottimismo.

Rischio parità con l’euro per il “super franco”

Ma la crisi globale non è finita e gli acquisti di assets percepiti un rifugio dalle tensioni proseguirà ancora, tra cui del franco svizzero, “safe haven” per eccellenza. La BNS non può affatto tirare un sospiro di sollievo, perché basta un ulteriore apprezzamento di poco più dell’1% per mettere in crisi il cambio minimo informalmente perseguito. Gli afflussi dei capitali non si arrestano, come segnala la curva dei rendimenti sovrana, interamente negativa, con il bond a 50 anni al -0,47% oggi. E’ il segno che gli investitori scommettono sul rafforzamento del cambio anche nei confronti dell’euro, che a sua volta è atteso in apprezzamento (pur in misura decrescente negli ultimi tempi) contro il dollaro nei prossimi anni. E non a caso, le riserve elvetiche denominate in queste due valute pesano per oltre tre quarti del totale.

Qualora si registrasse un’accelerazione degli afflussi dei capitali e il cambio di 1,05 fosse sfondato al ribasso, i trader sostengono che il nuovo livello che verrebbe testato sarebbe di 1,02. Di lì alla parità sarebbe questione di tempo. Ma la BNS non può permettersi che venga infranto per la seconda volta in poco più di 5 anni il cambio minimo, stavolta pur informalmente, fissato. Sarebbe un fatto di credibilità, ma anche di difesa dell’economia alpina, che rischia un contraccolpo alle sue esportazioni con il “super franco” e di scivolare nella deflazione, quando già dal 2015 non riesce a tendere a un tasso d’inflazione di nemmeno l’1%.

Il franco svizzero è segnato dalla banca centrale, che raddoppia l’assegno allo stato

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