A Cuba finisce l’era dei Castro, non il comunismo. E l’economia resta sottosviluppata

Il regime castrista a Cuba sta per finire, ma non per lasciare il posto a una democrazia o al libero mercato. L'economia sull'isola è ancora molto arretrata e persino indietro di molto ai livelli di oltre 30 anni fa.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Il regime castrista a Cuba sta per finire, ma non per lasciare il posto a una democrazia o al libero mercato. L'economia sull'isola è ancora molto arretrata e persino indietro di molto ai livelli di oltre 30 anni fa.

Ancora 48 ore e sull’isola di Cuba finirà l’era del castrismo dopo quasi 60 anni. Raul Castro, presidente dal 2008 e fratello del leggendario Fidel, scomparso nel 2016 e a cui ha succeduto, si dimetterà formalmente dalla più alta carica dello stato dopodomani, quando i 600 membri dell’Assemblea Nazionale saranno chiamati ad eleggere il suo successore. Secondo gli osservatori stranieri, a guidare L’Avana dovrebbe essere il 57-enne Miguel Diaz-Canal, attuale vice-presidente sin dal 2013, un ingegnere considerato fedelissimo del regime. Non facciamoci illusioni, non siamo alla svolta generazionale, perché l’oligarchia al potere resta essenzialmente ancora oggi quella della rivoluzione del 1959. Né l’era dei Castro viene definitivamente archiviata, dato che l’attuale presidente rimane segretario del Partito Comunista e da questa posizione monitorerà le azioni del successore dopo averlo sostanzialmente scelto.

Un fatto è certo. Per la prima volta da 6 decenni, il capo dello stato tra qualche giorno non farà Castro di cognome e per quanto possa apparire un fatto puramente formale, rischia per il regime di segnarne la fine. Nell’immaginario collettivo, la famiglia che ha abbattuto la dittatura di Fulgencio Batista e cacciato gli americani dall’isola è associata al comunismo, alla pianificazione economica, insomma al regime collettivistico. Anche per questo, oltre che per una mentalità profondamente ottusa e ancorata al passato, Raul non è stato capace di sfruttare al meglio il decennio al potere per riformare l’economia, aprendola al libero mercato. Del resto, che le riforme sarebbero arrivate da una classe politica di ottuagenari sarebbe stato impensabile, come se negli anni Ottanta le speranze di un ammodernamento dell’allora Unione Sovietica fossero affidate a Konstantin Cernienko.

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Riforme timide e più teoriche che pratiche

Di passi in avanti verso il libero mercato ne sono stati compiuti negli ultimi 6-7 anni. Ora è consentito a tutti i cittadini possedere fino a un immobile di proprietà a testa e al massimo un altro di villeggiatura, così come un PC, un cellulare o un’auto. Tuttavia, si tratta di diritti formali, perché per esercitarli serve quello che manca sull’isola: il denaro. Fino a qualche anno fa, ad esempio, non era possibile acquistare un’auto, ma veniva consentito circolare con veicoli pre-rivoluzionari, ovvero vecchi da decenni, rendendo il paesaggio cubano un palcoscenico vintage per i turisti, nonché i meccanici dell’isola tra i più dotati d’ingegno al mondo per rendere possibile il funzionamento di catorci su strada. Oggi, la vendita di nuovi modelli è possibile, ma lo stato detiene il monopolio dell’acquisto dall’estero, ricaricando il prezzo dell’800%. Considerando che gran parte dei lavoratori percepisca ancora 30 dollari al mese, siamo all’utopia.

Il settore privato si è espanso e i lavoratori autonomi nell’ultimo decennio si sono triplicati a 580.000 unità, pur ancora pochi per una popolazione di 11 milioni di abitanti. Grazie al boom dei turisti nell’ultimo triennio, si sta sviluppando il settore terziario, ma le distanze tra aree centrali e rurali si sta ampliando a discapito delle seconde, tagliate fuori da quel poco di sviluppo che si nota e appannaggio perlopiù di chi ruota attorno al settore privato, laddove quello pubblico rimane inefficiente e sovradimensionato. Per non parlare del fatto che manchi ancora un vero sistema di tassazione, con i redditi dei lavoratori oggetto di imposizione fiscale solo oltre i 2.500 pesos al mese, qualcosa come 100 dollari. Agli investitori stranieri, invece, è stato garantito un abbattimento delle tasse per attirare i loro capitali, anche se i controlli sull’economia rimangono stringenti.

Raul Castro, come prima ancora Fidel, non ha voluto sentirne di imitare la Cina o il Vietnam nell’ispirarsi al loro modello di crescita improntato al libero mercato e con un ruolo di controllo e direzione per lo stato e la diligenza comunista. E per questo, finiti i finanziamenti dell’Urss a inizio anni Novanta, l’isola è sprofondata nella miseria e ancora oggi il suo pil rimane di un terzo più basso dei livelli del 1985. I problemi negli ultimi anni si sono aggravati anche con il venir meno del sostegno del Venezuela, che fino a poco tempo fa garantiva a L’Avana forniture di petrolio praticamente gratis. La crisi di Caracas ha ridotto le relazioni commerciali a meno di un terzo tra le due economie e il regime castrista è stato costretto a tagliare i consumi energetici, attuando una politica di austerità su un’isola dove già non è che imperasse chissà quale stile di vita.

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Sistema dei cambi confuso

L’amministrazione Trump ha parzialmente reintrodotto le limitazioni ai movimenti degli americani, tornando all’embargo pre-2016, eliminato grosso modo dal predecessore Barack Obama. I rapporti con l’America si sono raffreddati poco dopo che si erano scongelati e il prossimo presidente cubano dovrà cercare di andare incontro alle richieste degli USA, se vorrà ottenere in cambio il ripristino di normali relazioni commerciali, più che necessarie per vivacizzare un’economia, che starebbe crescendo al ritmo del 2,4% nell’ultimo decennio, quando per ammissione dello stesso regime avrebbe bisogno di farlo almeno al 7% per svilupparsi.

E come ogni dittatura comunista che si rispetti, anche a Cuba il disordine monetario regna incontrastato. Dal 1990 esistono due valute: il CUP e il CUC. La seconda è convertibile in dollari e viene utilizzata dagli stranieri per gli acquisti, mentre la prima è quella utilizzata per gli scambi interni, ma non anche per acquistare presso i supermercati statali. Una unità di CUC vale 24 CUP. L’unificazione dei due cambi appare una delle sfide più difficili da affrontare per il prossimo capo dello stato cubano, visto che la confusione è voluta appositamente per mantenere in vita un sistema inefficiente e assistito. In realtà, di cambi siffatti ne esistono diversi in più sull’isola e come ci ricorda tristemente in questi anni il Venezuela, quando la finzione si allontana troppo dalla realtà, si rischia di alimentare una tragedia persino umanitaria.

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