Corea del Nord tra rischio carestia e piani nucleari: ma cosa vuole Kim Jong-Un?

Corea del Nord e USA di nuovo ai ferri corti. Il regime di Kim Jong-Un sfida la comunità internazionale con la minaccia nucleare, ma la sua economia, reduce da un buon 2016, potrebbe collassare.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Corea del Nord e USA di nuovo ai ferri corti. Il regime di Kim Jong-Un sfida la comunità internazionale con la minaccia nucleare, ma la sua economia, reduce da un buon 2016, potrebbe collassare.

Lo scontro tra USA e Corea del Nord si fa ai massimi livelli, dopo che Pyongyang ha minacciato di attaccare entro pochi giorni l’isola di Guam, un protettorato americano nel Pacifico, sentendosi rispondere dal presidente Donald Trump che otterrebbe come risposta “furia e fiamme”. I toni sono diventati così elevati, che dentro l’amministrazione USA si sta tentando da parte del segretario di Stato, Rex Tillerson, e di quello alla Difesa, James Mattis, di abbassarli e di ricercare ancora una soluzione negoziale con Kim Jong-Un, il 33-enne dittatore nordcoreano, in carica da quasi 6 anni.

Pochi giorni fa, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha approvato all’unanimità la condanna delle minacce di Pyongyang contro gli USA. Persino Cina e Russia, storici alleati del regime dei Kim, hanno apertamente preso le distanze, per quanto ancora non abbiano rotto con esso.

Ma di preciso Jong-Un cosa vorrebbe? Difficile capirlo. Il giovane non ha mai incontrato alcun leader straniero e non ha nemmeno posto mai un piede fuori dal suo paese da quando è succeduto al padre. La sua campagna nucleare non pare essere negoziabile. A differenza del padre Kim Jong-Il, non intenderebbe trattare con la comunità internazionale sui programmi nucleari, come al tempo fece il padre, che li barattò per gli aiuti alimentari. (Leggi anche: Kim Jong-Un, chi è dittatore nordcoreano che minaccia la guerra nucleare)

Economia nordcoreana, quali condizioni reali?

Sotto l’attuale leader, l’economia nordcoreana è migliorata sensibilmente, pur restando tra le più povere del pianeta. Lo scorso anno, la crescita del pil è stata del 3,9%, il ritmo più veloce da 17 anni, merito anche della sua politica di tolleranza verso l’iniziativa privata, non codificata in alcuna norma ufficiale, ma che nei fatti consente a diversi piccoli commercianti e imprenditori in aree urbane come la capitale di aprire un’attività senza essere arrestati o deportati in un campo di “rieducazione”.

Nonostante ciò, la Banca di Corea stima il pil nordcoreano in 32 miliardi di dollari, pari a uno pro-capite di appena 1.300 dollari, tra i più bassi al mondo. Un quinto di esso viene impiegato dal regime per scopi militari, sottraendo risorse preziose allo sviluppo economico. L’interscambio commerciale con il resto del pianeta si aggira ad appena un quinto del pil, ovvero sui 6,5 miliardi, frutto di importazioni per 3,7 miliardi ed esportazioni per 2,8 miliardi nel 2016. In sostanza, Pyongyang registra un passivo commerciale costante.

E nel 2017 potrebbe andare molto peggio. Anzitutto, perché un terzo delle esportazioni nordcoreane sono di carbone e il 90% degli scambi commerciali si hanno con la Cina. Pechino ha aderito alle sanzioni ONU dalla fine di febbraio, bloccando le importazioni di carbone dalla Corea del Nord, cosa che dovrebbe contribuire, insieme alla più grave siccità vissuta dal paese asiatico dal 2001, a una recessione del 5% del pil, secondo i calcoli di IHS Markit. (Leggi anche: Cina rispedisce carbone in Corea Nord e aderisce alle sanzioni ONU)

L’azzardo di Kim Jong-Un

Si consideri che sarebbe il sesto anno di recessione dal 2006, anche se la dimensione della crisi sarebbe la più grave dal 1995, quando il pil arretrò del 4,4% e anche allora, complice la siccità, si registrarono due milioni di morti per carestia. Nelle precedenti cinque occasioni di contrazione, il pil è diminuito mediamente dell’1%.

Ma allora, come mai il leader nordcoreano sembra preoccupato più di lanciare missili nel Pacifico che non al benessere del suo popolo? Aldilà del carattere bizzarro, è probabile che Kim Jong-Un stia scommettendo sul riconoscimento internazionale dello status di potenza regionale per Pyongyang. Egli sfrutterebbe la minaccia nucleare per ottenere dagli USA, in particolare, quella dignità geo-politica di cui vorrebbe godere nell’area del Pacifico, consapevole che rinunciando ai test non gli porterebbe in dote alcun rispetto supplementare, come dimostrerebbero i casi di Saddam Hussein e Muhammar Gheddafi.

Nel frattempo, Pyongyang confida nel sostegno sotterraneo dei cinesi, che mai vorrebbero al loro confine nord-orientale uno stato amico degli americani. Non mette in conto il giovane dittatore di essere diventato motivo di estremo imbarazzo per Pechino, avendo troppe volte tirato eccessivamente la corda e mettendo a rischio le relazioni internazionali tra Cina e USA, in una fase delicata per gli equilibri geo-politici e commerciali globali. (Leggi anche: Nord Corea, spese militari record)

 

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Argomenti: Crisi Corea del Nord, Crisi paesi emergenti, Economie Asia

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