Concessioni balneari, il governo dice basta ai rinnovi automatici dal 2024

Le concessioni balneari andranno in gara dal 2024. Il governo Draghi pone fine ai rinnovi automatici, seguendo la direttiva Bolkestein.

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Concessioni balneari in gara dal 2024

Già lo scorso anno, il Consiglio di Stato aveva anticipato di dieci anni al 31 dicembre 2023 il termine successivamente al quale i rinnovi automatici per le concessioni balneari risultano impediti. E ieri il Consiglio dei ministri si è finalmente adeguato, accogliendo nella sostanza le richieste dell’Unione Europea sin dal 2006 con la direttiva Bolkestein. Dall’1 gennaio 2024, saranno assegnate tramite gara. Quelle in scadenza a una data anteriore saranno prorogate fino a tale termine. Il governo si è anche preso sei mesi di tempo per emanare uno o più decreti legislativi con il duplice obiettivo:

  • assicurare un utilizzo più sostenibile del demanio marittimo e favorirne la pubblica fruizione;
  • stimolare la concorrenza tra le concessioni balneari.

Alle gare, che andranno bandite in maniera trasparente e con la massima pubblicità almeno dodici mesi prima della scadenza, potranno partecipare anche i piccoli operatori e quelli del terzo settore. Tra i criteri di accesso vi è la competenza tecnica e professionale acquisita, ma tale da non impedire la partecipazione anche a nuovi soggetti sul mercato. Le concessioni balneari dovranno durare non oltre il tempo necessario per consentire l’ammortamento degli investimenti realizzati e garantire la prelazione a coloro che, nei cinque anni precedenti, le abbiano utilizzate quale unica fonte di reddito. Le strutture totalmente amovibili saranno privilegiate rispetto a quelle fisse. Sarà anche favorita la stabilità occupazionale del personale dipendente.

Inoltre, le concessioni balneari saranno assegnate anche sulla base della qualità del servizio offerto, nonché tenendo conto dei prezzi praticati. I canoni saranno parametrati al pregio delle spiagge e alla loro effettiva remuneratività e in parte versati anche all’ente concedente per favorire investimenti in loco. E deve esservi una corretta proporzione tra spiagge libere e aree assegnate in concessione.

Davanti queste ultime i concessionari non potranno impedire la balneazione, così come non potranno impedire l’accesso alla spiaggia in alcun modo.

Concessioni balneari, l’obiettivo di stimolare la concorrenza

Gli stabilimenti coinvolti dalla riforma rivoluzionaria varata ieri dal governo Draghi sono 6.823, con un’altissima concentrazione in regioni come Emilia-Romagna (1.064), Toscana (892) e Liguria (801). Dunque, tra meno di due anni si cambia. Non ci saranno più i rinnovi automatici delle concessioni balneari assegnate in molti casi decenni or sono. Ciò dovrebbe favorire l’ingresso di nuovi soggetti imprenditoriali, anzi di una nuova generazione di imprenditori. Una legge che il mercato attendeva da molto tempo e che era sempre stata osteggiata dagli operatori del settore (legittimamente) e dai partiti che in Parlamento li sostengono trasversalmente, non solo a destra.

Prima del Consiglio dei ministri si era parlato di iniziative contro il “caro ombrellone”. Tuttavia, non si tratta di interventi ad hoc, anche perché sarebbe peculiare che il governo si mettesse a fissare un tetto massimo alle tariffe praticate. Più che altro, si agirà attraverso il potenziamento della concorrenza area per area già in fase di assegnazione delle concessioni balneari, favorendo i partecipanti che s’impegnano ad offrire il servizio qualitativamente migliore (tra cui a favore dei disabili) ai prezzi minori. Già nei prossimi mesi dovranno partire le gare, evidentemente per essere nelle condizioni di procedere alla riassegnazione già dopo la fine dell’anno prossimo.

Pur essendo stata garantita una certa tutela dei piccoli imprenditori che vivono esclusivamente dell’attività turistica in spiaggia, finisce l’era delle rendite di posizione sotto l’ombrellone. Le concessioni balneari non saranno più eterne e ciò stimolerà gli investimenti, checché ne dicano per evidenti ragioni gli operatori del settore beneficiari dello status quo. E per un’economia come l’Italia, in cui il turismo incide per il 13% del PIL, ma che potrebbe sfruttare molto di più le proprie bellezze paesaggistiche e naturalistiche, può fare la differenza.

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