Cittadinanza facile agli immigrati? La via maestra per il fallimento dell’Italia

Lo "ius soli" sarebbe un provvedimento costoso in termini economici, perché allargherebbe la platea dei beneficiari di servizi e sussidi, a fronte di maggiori entrate scarse. E l'Italia rischia sul serio il fallimento.

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Non chiamatelo “ius soli”, perché da qualche giorno è in voga l’espressione “ius culturae” per definire la proposta che prende piede nella maggioranza di governo, non senza dubbi tra gli stessi esponenti grillini e piddini, per concedere più facilmente la cittadinanza ai figli degli immigrati. L’idea sarebbe di far diventare italiani sui documenti coloro che abbiano superato un ciclo di studi e che siano abbastanza consapevoli della storia, della lingua e della cultura del Bel Paese. Non è chiaro, però, se riguarderebbe i soli figli degli immigrati, perché i critici sostengono che verrebbe estesa a tutti coloro che fossero anche da poco sbarcati sul nostro territorio.

Con il reddito di cittadinanza Di Maio & Co hanno creato uno stato etico

Non entriamo nel dibattito politico, che vede da un lato schierati il PD e il Movimento 5 Stelle a favore (ma con diversi distinguo al loro interno), dall’altro Lega e Fratelli d’Italia fortemente contro, così come la stessa Forza Italia si mostra abbastanza critica. Il problema che vorremmo evidenziare è semmai un altro: il diavolo fa le pentole, ma si dimentica spesso dei coperchi. E il legislatore italiano rischia, per la fretta con cui vorrebbe affrontare un problema epocale, di creare più effetti collaterali che benefici per l’insieme della popolazione.

Ius soli e risorse scarse

A cosa ci riferiamo? Diventare cittadini significa essere titolari di diritti e doveri, come pagare le tasse, rispettare le leggi dello stato, ma anche usufruire di ogni tipo di assistenza e servizio erogati in favore della collettività. Lo scorso anno, il Movimento 5 Stelle ha introdotto, a decorrere dallo scorso mese di aprile, il cosiddetto “reddito di cittadinanza”, la cui espressione in sé risulta impropria, ma tant’è.

L’idea da cui esso muove è che nessun “cittadino” italiano dovrebbe percepire un reddito mensile inferiore a 780 euro al mese, pari a 26 euro al giorno, individuato quale soglia minima, al di sotto della quale si vivrebbe in povertà. Lo stato interviene, quindi, per erogare al singolo individuo la somma mancante per arrivare ai suddetti 780 euro mensili.

Tralasciamo le polemiche sui requisiti economico-patrimoniali necessari per accedere al sussidio e sulla bontà stessa di questi; concentriamoci su un altro aspetto: il reddito di cittadinanza già oggi non riguarda i soli cittadini italiani. Tutti i residenti sul territorio nazionale possono fare richiesta, a patto di dimostrare il possesso dei requisiti. E qui la situazione si complica, perché al termine di agosto non risultava ancora nei fatti possibile per gli stranieri, specie extra-comunitari, ricevere l’accredito dall’Inps, a causa delle lungaggini e delle difficoltà materiali nel dimostrare la proprietà di immobili e risparmi nei paesi di provenienza. Nel concreto, ad oggi il reddito di cittadinanza viene goduto quasi essenzialmente da italiani.

Ma se uno straniero diventa cittadino italiano, cade qualsivoglia barriera che gli si frappone ad oggi per usufruire dell’assistenza sociale. Nulla di male, perché agli stessi doveri devono certamente corrispondere gli stessi diritti, ma il punto è che l’Italia si troverebbe a fronteggiare un aumento della spesa senza che questa risulti accompagnata da una pari crescita delle entrate. Gli extra-comunitari rappresentano la porzione della popolazione ufficialmente più indigente. Al netto delle considerazioni sull’economia sommersa di cui fanno parte spesso a pieno titolo, non vi è dubbio che nel complesso siano i residenti tra i più poveri sul territorio italiano. Dunque, il gettito fiscale che contribuiscono a generare risulta basso, mentre i servizi a cui hanno diritto (scuola, sanità, assistenza sociale e future pensioni) tendono a costare allo stato di più.

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Serve creare ricchezza, non nuovi cittadini poveri

In pratica, la retorica degli extra-comunitari che servirebbero a pagarci le pensioni sarebbe una mezza verità.

Il fatto è che nel frattempo hanno giustamente diritto a percepire di tutta l’assistenza a cui hanno diritto gli italiani, ma non sono nelle condizioni di contribuire in misura adeguata al loro mantenimento, comportando esborsi netti (non sempre) per lo stato. Con il reddito di cittadinanza, il problema sta diventando ancora più lampante, perché qualche miliardo di euro andrebbe a beneficio di soggetti, che magari spesso non hanno versato nemmeno un centesimo di tasse, IVA sui consumi a parte. Con espedienti come la cittadinanza facile o automatica, il “buco” si allargherebbe ulteriormente e rapidamente. Centinaia di migliaia di nuovi italiani avrebbero diritto al sussidio, sempre a parità di entrate fiscali.

Uno stato che legiferi per aumentare la spesa e non per produrre nuova ricchezza è destinato al fallimento. Ripetiamo, il punto non è se sia giusto o meno dare la cittadinanza agli immigrati o ai loro figli, quanto la sostenibilità sul piano economico di un modello improntato sulla dilatazione della spesa pubblica di tipo assistenziale, “creando” ex lege cittadini poveri e senza la previa previsione di meccanismi per aumentare la produzione di ricchezza, l’unica in grado di generare entrate e, quindi, eventualmente di rendere possibile la redistribuzione delle risorse tanto gradita ai governi di turno.

Prima di pensare a come far diventare italiani i residenti stranieri, dovremmo concentrarci su come evitare la fuga dei cervelli, che ogni anno distrugge ricchezza (formiamo laureati costatici quattrini pubblici per regalarli belli pronti alle economie concorrenti), e attirare capitali e investimenti dall’estero per aumentare il benessere. Del resto, a queste condizioni sarebbero gli stessi extra-comunitari a utilizzare la cittadinanza non già per continuare a risiedere in Italia, quanto per darsela a gambe nel resto della UE.

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