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Oggi: 17 Feb, 2026

Il debito comune non sarebbe la soluzione ai problemi in UE

La Commissione UE valuta l'ipotesi di emettere debito comune per rafforzare il ruolo internazionale dell'euro. La soluzione è sbagliata.
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Debito comune UE?
Debito comune UE? © Investireoggi.it

La Commissione europea ha presentato un rapporto di 30 pagine intitolato “Strenghtening the role of the euro” (“Rafforzare il ruolo dell’euro”), che punta essenzialmente su due canali: la creazione di un euro digitale per sfidare i colossi internazionali dei pagamenti come Visa e MasterCard; emissioni di debito comune nell’UE (Unione Europea), che fungano da asset sicuro capace di attirare i capitali da qualsiasi parte del mondo.

Debito UE, proposta della Commissione

Sui pagamenti digitali abbiamo trattato in un altro articolo. In questo, ci concentreremo sulle emissioni comuni. Esistono già, anche se per un ammontare limitato e in relazione a una sola voce di spesa: il Next Generation EU.

Soprattutto, stanno per arrivare al capolinea. Tra pochi mesi, infatti, il Fondo anti-Covid messo a punto nel 2020 per reagire alla pandemia cesserà di esistere, salvo proroghe. Da quando scoppiò la crisi finanziaria mondiale nel 2008 si discute a Bruxelles di “Eurobond”, termine che i commissari si sono guardati bene dall’inserire nel rapporto per non mandare i tedeschi su tutte le furie.

L’idea della Commissione non è nuova, sebbene sia stata per la prima volta sintetizzata e fatta propria da essa: creare un unico mercato del debito UE, così da renderlo molto liquido e diventare un riferimento per gli investitori internazionali. Le emissioni riguarderebbero progetti comuni con chiaro valore aggiunto rispetto alle emissioni nazionali. Bruxelles non sta proponendo di rimpiazzare i debiti nazionali con un debito europeo. Sarebbe oltre persino per i sostenitori degli Eurobond della prima ora. Sta limitandosi a proporre un aumento delle emissioni UE.

Mercato più liquido

I vantaggi, spiega, sarebbero evidenti.

I titoli del debito UE sarebbero finalmente percepiti come “safe asset” ed entrerebbero a far parte degli indici finanziari internazionali, attirando ancora più capitali. Ad oggi, le emissioni comunitarie sono considerate safe asset a metà. Lo dimostrano i rendimenti offerti, a premio rispetto i Bund lungo la curva delle scadenze. E i provider internazionali si sono rifiutati di inserirli nei propri indici, negando loro la possibilità di beneficiare degli immensi flussi di capitali passivi. La ragione principale è stata una: queste emissioni sono poco liquide e dal futuro incerto.

Differenze con emissioni sovrane

Come funzionano le emissioni sovrane vere e proprie? Il governo emette debito a copertura dei disavanzi fiscali e lo ripaga alla scadenza con nuove emissioni. In pratica, il debito viene rinnovato senza soluzione di continuità. Nel caso UE, non è stato ancora così. Il debito sarà ripagato perlopiù dagli stessi stati beneficiari dei prestiti nei decenni prossimi. Per quanto riguardo i sussidi, la copertura avverrà attraverso entrate ad hoc. Questa peculiarità è data dal fatto che l’UE non è uno stato sovrano, bensì un’unione di 27 stati indipendenti e di cui 20 condividono la stessa moneta e tutti posseggono una politica fiscale autonoma, pur coordinata.

Da cosa nasce l’esigenza avvertita di emettere debito UE? Dalla volontà di colmare il gap allargatosi negli ultimi decenni con gli Stati Uniti sul piano economico, tecnologico e militare. L’idea sarebbe di rafforzare il ruolo internazionale dell’euro per affrancarsi dall’eccessiva dipendenza dal dollaro.

E per farlo è necessario creare un asset molto solido e liquido. Ad oggi, se un investitore volesse mettersi al riparo da tensioni di varia natura, non ha come muoversi nell’UE. Anche se volesse, non troverebbe cosa comprare. I Bund sono insufficienti e sono l’unico grande mercato con rating tripla A.

Esempio svizzero

Sembrerebbe che l’UE abbia finalmente capito come porre fine alla propria marginalità. In realtà, immaginare che il debito sia la soluzione ai propri problemi è esplicativo del declino mentale dell’élite continentale, se non occidentale nel suo complesso. Nel suo piccolo la Svizzera è da decenni un “porto sicuro” e non di certo per il suo indebitamento, tra i più bassi nel mondo ricco in rapporto al Pil. La confederazione riesce ad attirare capitali da ogni angolo del pianeta puntando su: economia libera e sburocratizzata, tendenziale neutralità sul piano geopolitico, stabilità dei prezzi, solidità fiscale e altissima coesione politica interna.

Cosa manca all’UE per essere una grande Svizzera? Un po’ tutto. Cresce poco da troppi anni, ha la più alta pressione fiscale al mondo tra le grandi economie, un debito crescente in rapporto al suo Pil, altrettanto alta spesa pubblica, regolamentazione soffocante e scarsa capacità imprenditoriale. Nel continente in cui sorse la rivoluzione industriale non c’è più alcuna spinta all’innovazione. I cervelli fuggono principalmente verso gli Stati Uniti, quando pensano di avere un progetto valido da proporre. Fare impresa in Europa è diventato impossibile tra oneri e regole inesistenti nel resto del pianeta. Risultato? Siamo all’anno zero dell’IA, mentre altrove hanno già programmato il futuro del pianeta, anche per noi.

Debito UE falsa soluzione

Basterebbe il debito comune per rendere l’UE un porto sicuro? La risposta potere darvela da soli. Bruxelles è caduta in un baratro mentale, per cui continua a spingere su ciò che non funziona. Il centralismo iper-burocratico ha creato un collasso economico e sociale? La soluzione per i suoi protagonisti sarebbe rafforzarlo ulteriormente.

Le emissioni comunitarie andrebbero esattamente nella direzione opposta alla necessaria decentralizzazione. Il rapporto italo-tedesco sulla competitività ci ha visto giusto, laddove parla di abbattere le barriere interne che ancora impediscono la nascita di un vero mercato unico dei beni, servizi e capitali. Ora, serve il coraggio di metterlo in pratica.

E’ il Leviatano che si auto-alimenta e che molti invocano nella convinzione che risolverà i problemi da esso stessi creati. Lo stesso Rapporto Draghi, celebrato dai media come se fosse un’opera frutto del genio, non fa che prospettare un futuro in cui il “super stato” UE investirebbe migliaia di miliardi per cercare di reggere alla concorrenza americana e cinese. Nella visione dell’ex premier e già governatore BCE, fatta eccezione per la parte che ha ispirato di recente Italia e Germania, sarebbe lo stato a fare ciò che altrove fa il mercato. Siamo all’apoteosi dello statalismo e del centralismo burocratico, ragione per cui non esiste granché spazio per l’ottimismo circa il futuro dell’economia continentale.

giuseppe.timpone@investireoggi.it 

 

 

 

 

Giuseppe Timpone

In InvestireOggi.it dal 2011 cura le sezioni Economia e Obbligazioni. Laureato in Economia Politica, parla fluentemente tedesco, inglese e francese, con evidenti vantaggi per l'accesso alle fonti di stampa estera in modo veloce e diretto. Da sempre appassionato di economia, macroeconomia e finanza ha avviato da anni contatti per lo scambio di informazioni con economisti e traders in Italia e all’estero.
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