La CGIL è uno dei sindacati più importanti d’Italia e fa parte della cosiddetta “triplice”, insieme a CISL e UIL. Negli ultimi tempi è stato il sindacato che più ha criticato il governo Meloni su varie misure, provvedimenti e iniziative. Quasi sempre contrario alle scelte dell’attuale esecutivo, la CGIL ora punta il dito contro la direzione che il governo sembra voler intraprendere sulle pensioni.
La polemica è esplosa dopo le parole del sottosegretario al Ministero del Lavoro, Claudio Durigon. L’argomento è la pensione a 64 anni, che secondo l’esponente della Lega il governo intende estendere a tutti dal 2026. O almeno, questo è il progetto su cui l’esecutivo starebbe lavorando.
La pensione a 64 anni dal 2026: ecco come cambia dopo le parole del sottosegretario Durigon
La pensione al centro della disputa tra CGIL e governo è la pensione anticipata contributiva, che potrebbe essere estesa anche a soggetti oggi esclusi perché non rientrano nella categoria dei contributivi puri.
Attualmente, per accedere alla pensione a 64 anni di età è necessario:
- almeno 64 anni di età;
- primo contributo versato non prima del 1996;
- almeno 20 anni di contributi;
- pensione, alla data della liquidazione, non inferiore a 3 volte l’assegno sociale;
- almeno 25 anni di contributi per chi utilizza la rendita da pensione complementare;
- pensione non inferiore a 2,8 volte l’assegno sociale per le donne con un solo figlio;
- pensione non inferiore a 2,6 volte l’assegno sociale per le donne con più figli.
Secondo il progetto del governo, dal 2026 verrebbe eliminato il vincolo di avere il primo accredito contributivo successivo al 31 dicembre 1995. Per tutti, i contributi richiesti diventerebbero 25 anni. Inoltre, dal 2030 la soglia minima della pensione da raggiungere salirebbe a 3,2 volte l’assegno sociale.
Cosa pensa il governo sulla nuova pensione a 64 anni
Il progetto prevede anche di potenziare la previdenza integrativa: se è vero che sale la soglia di importo minimo, è altrettanto vero che, secondo il governo, utilizzando la rendita dei fondi pensione sarà più facile raggiungere pensioni comprese tra 1.600 e 1.700 euro al mese, necessarie per ottenere l’ok dell’INPS.
Tra le novità in discussione, si parla persino di rendere obbligatorio il versamento del TFR nei fondi pensione integrativi, così da aumentare l’importo delle pensioni future e offrire maggiori possibilità di pensionamento flessibile grazie alla combinazione tra previdenza obbligatoria e complementare.
Dalla CGIL una posizione diversa rispetto a quella del governo
La CGIL, attraverso le parole della segretaria confederale Lara Ghiglione, sostiene una tesi opposta: la pensione a 64 anni non diventerà più accessibile, ma anzi più difficile da ottenere.
Secondo il sindacato, il governo ha già modificato la pensione anticipata contributiva in modo penalizzante e, con i progetti futuri, la renderà praticamente irraggiungibile: servirà infatti superare 1.700 euro di pensione minima per ottenere l’approvazione dell’INPS.
La critica è rivolta in particolare all’aumento previsto nel 2030 della soglia minima da 3 a 3,2 volte l’assegno sociale.
Per la CGIL, con i salari bassi attuali, il precariato e le difficoltà economiche diffuse, raggiungere tali importi è tutt’altro che semplice. Inoltre, per molti lavoratori sarà difficile versare contributi aggiuntivi nei fondi pensione: con stipendi modesti, trovare risorse extra per alimentare la previdenza integrativa è, secondo il sindacato, poco realistico.