La cattura di Nicolas Maduro per mano dell’esercito americano a Caracas segna una svolta nelle relazioni diplomatiche internazionali. Se per molti si è trattato del superamento di una linea rossa da parte degli Stati Uniti, senza dubbio siamo di fronte alla ridefinizione in corso del nuovo ordine mondiale. E non è un caso che da Cina e Russia non siano arrivati strali. Esse sono protagoniste interessate e i risvolti di Caracas le coinvolgono direttamente. Non c’è in gioco soltanto il petrolio, come molti commentatori improvvisati si sono affrettati a notare. E’ la geopolitica che viene messa in discussione, un po’ come se si fosse tenuta una seconda Yalta per la fissazione degli equilibri mondiali.
La cattura di Maduro va oltre il petrolio e riscrive la geopolitica
Il significato della cattura di Maduro in territorio venezuelano è anche simbolico: gli Stati Uniti tornano a mostrare al mondo di considerare l’America Latina il loro “cortile di casa”. Non accettano interferenze esterne sul loro continente. Un messaggio chiaro anche ai governi di Colombia e Nicaragua, oltre che Cuba. Vengono ripristinate le sfere d’influenza, che non sono a dire il vero mai scomparse. Semplicemente, Cina e Russia avevano approfittato di una certa debolezza americana negli ultimi decenni per allungare le mani nel Sud America.
Ripristino delle sfere d’influenza
Ad averlo compreso per tempo è stato lo stesso Lula, che non ha partecipato all’ultimo forum dei BRICS in Russia. Egli si è mostrato consapevole che una grande economia del continente americano non possa andare a braccetto con i nemici degli USA e pensare di continuare ad avere buone relazioni con essi. Questo discorso ha implicazioni pratiche notevoli. Così come Washington non tollera nemici sull’uscio di casa, altrettanto immagina di rispettare le sfere altrui.
In parole spicciole, non insidierà Pechino e Mosca ai loro rispettivi confini.
Questo ragionamento desta allarme tra le cancellerie europee. Se così, l’Ucraina sarà consegnata a Vladimir Putin? Il discorso è più complicato, perché se vale quanto spiegato, d’altra parte l’Ucraina è Europa e l’Europa non è sfera d’influenza russa. Il Cremlino avrebbe mani libere in Asia, in quell’area dei “paesi stan” che apparteneva grosso modo all’ex Unione Sovietica fino al 1991.
Taiwan test globale
E Taiwan? Questo è il vero dubbio che serpeggia tra i capi di stato e di governo nel mondo. Gli USA di Donald Trump difenderanno lo storico alleato o tollererebbero un’eventuale annessione cinese? L’isola resta strategica per la sua produzione di chip di fascia alta, indispensabili per la tecnologia globale. E’ questa la ragione essenziale per cui gli americani ad oggi hanno sempre avvertito Pechino che non accetterebbero alcuna invasione. Negli ultimi anni, però, la strategicità di Taiwan si sta affievolendo.
Già l’amministrazione Biden pretese e ottenne che TSMC, la più grande azienda di semiconduttori al mondo, investisse negli USA. E gli ingenti investimenti della Silicon Valley a favore dell’Intelligenza Artificiale, della produzione in loco dei chip e della creazione di data center stanno allentando la dipendenza dall’isola. Tra Trump, Putin e Xi Jinping potrebbe essere stato stretto un accordo sulla suddivisione del mondo in aree d’influenza, così che nessuna delle grandi potenze pesti i piedi all’altra.
Resta da verificare se esso riguardi o regga in Africa, dove Pechino e Mosca si espandono sempre più a detrimento di Europa (vedi la fine della Françafrique) e Stati Uniti.
Verso minori tensioni?
Se questo nuovo ordine mondiale fosse il punto di equilibrio pattuito dalle tre potenze, nei prossimi anni e decenni assisteremmo a una riduzione dei rischi sul piano dell’approvvigionamento delle materie prime e anche finanziario. Patti chiari implicherebbero uno scambio tra energia e metalli critici come le terre rare e l’accesso al mercato dei capitali. Non assisteremmo più, come si è verificato più volte in questi anni di transizione da un ordine all’altro, all’interruzione delle catene di produzione e alle sanzioni contro questo o quello stato.
Con la cattura di Maduro nasce la geopolitica della forza, dal petrolio ai capitali
Il vero problema per noi europei è capire in quale misura saremmo parte del nuovo ordine. Non siamo stati coinvolti in nessun dialogo tra i grandi, anzi siamo rimasti ai margini di ogni processo decisionale e i nostri leader si sono chiusi nel bunker contro il resto del mondo. Difficile credere che il nostro alleato abbia negoziato a nostro favore, se non in via del tutto incidentale e intersecando il proprio legittimo interesse. La cattura di Maduro, lungi dal riguardare il solo petrolio, ridisegna una geopolitica basata sulla forza, che è l’elemento mancante nell’Unione Europea. Ed è per questo che a Bruxelles prevale l’ansia rispetto al sollievo per la caduta di un regime dittatoriale ideologicamente a noi ostile.
giuseppe.timpone@investireoggi.it