Il secondo collocamento sindacato di quest’anno si è concluso con una domanda da record per il nuovo BTp a 15 anni. Il Tesoro ha registrato ordini per 157 miliardi di euro, superando il precedente massimo di inizio gennaio di 150 miliardi per la scadenza a 7 anni. Ha deciso di offrire un importo di 14 miliardi, meno dei 15 miliardi di un mese fa. Il rendimento è stato fissato a +8 punti base (0,08%) sopra quello del bond con scadenza 1 ottobre 2040, per cui si aggira in area 3,95%. Un successo che svela la caccia alla “duration” tra gli investitori istituzionali in questa fase.
Domanda BTp record: voglia di duration
Cosa spinge gli investitori istituzionali e per la stragrande maggioranza oramai stranieri a puntare sui nostri titoli di stato, in particolare a lunga scadenza? Non esiste una sola risposta.
La nota senz’altro positiva è che sta aumentando la domanda di BTp per le allocazioni “core”. Significa che i nostri bond tornano a far parte dell’ossatura dei portafogli, mentre negli anni passati erano stati inseriti spesso con finalità speculative. Merito dei numerosi upgrade, l’ultimo dei quali è arrivato a sorpresa venerdì scorso con il miglioramento dell’outlook di S&P a “positivo”.
Poiché si stanno allontanando sempre più dall’area più a rischio, il mercato ritrova fiducia circa la loro tenuta futura. Contrariamente a quanto spesso immaginiamo o leggiamo, però, i BTp sono oggetto di acquisti non per la fame di rendimento, bensì per la voglia di duration. Con spread ormai ai minimi dal 2008 (appena 60 punti base per la scadenza decennale), essi non offrono più alcun premio sostanzioso che ne giustifichi la domanda. Né c’è penuria di rendimento in giro per il mondo, Europa compresa, lungo la curva delle scadenze.
Gli stessi Bund a 10 anni offrono ora il 2,90% contro il -0,65% di fine 2020. In termini reali, lo 0,80% contro il -0,50% di allora.
Tassi attesi in calo?
Cosa significa caccia alla duration? Gli investitori tampinano il tratto lungo della curva per “bloccare” gli alti rendimenti di questa fase. Non sono certi che durino, essendo già ai massimi livelli da decenni a questa parte. Scontano un possibile taglio dei tassi in futuro, compatibilmente con la discesa dell’inflazione nell’Eurozona. Un segnale di ottimismo, che si tradurrebbe in una curva più piatta. Il BTp a 15 anni è forse la scadenza perfetta per una tale operazione: espone a una durata lunga, ma non lunghissima, a cavallo tra i 10 e i 20-30 anni.
Da notare che il successo dei collocamenti sindacati si deve alla presenza degli istituzionali. Non è il mercato retail a partecipare. Queste operazioni si tengono proprio per massimizzare la domanda di BTp, Bonos, Bund, Oat, ecc., specie quando c’è da lanciare una nuova scadenza benchmark a medio-lungo termine. Gli investitori individuali sono soliti concentrarsi sul tratto medio-breve della curva. Si avventurano difficilmente oltre i 7 anni, se non con finalità speculativa. Devono fare i conti con un fabbisogno di liquidità imprevisto nel tempo e con disponibilità finanziarie limitate rispetto a una banca o un fondo pensione.
Buone notizie anche per chi non investe
La caccia alla duration è positiva per il Tesoro, che può emettere BTp lunghi senza svenarsi. Il nostro debito pubblico ha una durata media ponderata di 7 anni. Mercati e agenzie di rating apprezzano il consolidamento, in quanto espone meno il bilancio dello stato alla volatilità dei rendimenti. Se gli investitori avranno ragione, in futuro si ritroveranno in portafoglio bond più generosi delle condizioni di mercato correnti. E all’occorrenza potranno realizzare plusvalenze anche cospicue nel rivendere. Anche per chi non investe la deduzione è positiva: l’inflazione sarebbe destinata a scendere insieme ai tassi su mutui e prestiti.
giuseppe.timpone@investireoggi.it