Agli italiani è tornata la voglia di bond bancari dopo un lungo divorzio che sembrava definitivo. Nel novembre scorso, tenevano in portafoglio 271 miliardi di emissioni domestiche, un importo significativamente superiore (+30%) rispetto ai 208 miliardi di 3 anni prima. Una ripresa dell’appetito, che ha una spiegazione prettamente economica, anche se non solo. Alla fine del 2022 i tassi medi offerti ai clienti erano quasi quintuplicati rispetto all’anno precedente, portandosi ben sopra il 5% per le nuove operazioni. Infatti, quello segna il punto più basso raggiunto da questo mercato e dal quale è iniziata la risalita.
Bond bancari in ripresa con rialzo dei tassi
Il boom dei rendimenti non è arrivato per caso.
Proprio nella seconda metà del 2022, la Banca Centrale Europea (BCE) iniziò ad alzare i tassi di interesse per reagire ad un’inflazione, che nell’Eurozona avrebbe superato la doppia cifra. Il mix tra interruzioni delle filiere produttive a causa della pandemia e crisi energetica con la guerra tra Russia ed Ucraina ha esitato l’esplosione dei prezzi al consumo. I bond bancari divennero più generosi per ovvia necessità. E gli italiani, che avevano accumulato negli anni precedenti risparmi abbondanti e tenuti infruttiferi perlopiù nei conti correnti e deposito, iniziarono a guardarsi intorno per approfittare delle nuove opportunità d’investimento.
Si assottiglia gap con tassi sui conti deposito
Stando sempre ai dati del novembre scorso forniti dall’Associazione bancaria italiana, i rendimenti dei bond bancari al 2,42% medio per le nuove emissioni superavano non di tanto il 2,14% dei nuovi conti deposito. Una differenza inferiore al terzo di punto percentuale, a fronte di un rischio di credito maggiore.
Tre anni prima, il gap si era ampliato al 3,60% (5,18% contro 1,58%). I risparmiatori hanno iniziato ad optare per gli investimenti obbligazionari, anziché vincolarsi ai depositi a tassi bassi e in termini reali di gran lunga negativi. In questo momento, può accadere il contrario, ossia che tornino a preferire i conti deposito (oltre ai titoli di stato), rifuggendo dalle emissioni degli istituti, diventate relativamente troppo poco generose.
Qualche segnale nei mesi scorsi è arrivato in tal senso. Ad esempio, ad ottobre gli investimenti nei bond bancari avevano raggiunto i 271,7 miliardi. Siamo all’inversione di tendenza? Lo dirà il tempo. Su un dato vogliamo essere chiari: pur in ripresa dai minimi degli anni passati, i bond bancari restano una frazione degli investimenti che furono tra le famiglie italiane. Agli inizi del 2010, erano presenti nei portafogli domestici per oltre 810 miliardi di euro. Il triplo delle attuali consistenze. E pesavano per oltre il 40% dell’intera raccolta bancaria, mentre ora incidono per circa un ottavo.
Emissioni subordinate non più rivolte al mercato retail
Il tracollo è arrivato con la crisi dei debiti sovrani nel 2010-’11, che mise in fuga i risparmiatori da tutti gli asset rischiosi. Paradossalmente, dopo il crac di Lehman Brothers nel 2008, che scatenò una crisi nel settore bancario mondiale, gli investimenti nei bond bancari italiani erano aumentati ulteriormente fino a culminare proprio all’inizio del decennio successivo.
Tornare a quei livelli appare molto difficile. Anzitutto, perché gli investimenti diretti nelle emissioni subordinate non sono più possibili da circa un decennio a questa parte. Lo stato salvò gli obbligazionisti subordinati di Monte Paschi con soldi pubblici, ma decise anche che non avrebbe più permesso la vendita di questi titoli al mercato retail.
Bond bancari tra fiducia ritrovata e rendimenti in calo
Ambiguo appare il recupero di fiducia sui mercati verso le banche italiane. Non più zavorrate dai crediti deteriorati, che fino a pochi anni fa avevano reso azioni e bond percepiti come particolarmente rischiosi, adesso trainano i listini a Piazza Affari e sono diventate un punto di forza per l’intero sistema Italia, debito pubblico compreso. Questo può continuare a sostenere l’appeal per i bond bancari nel prossimo futuro, data la proverbiale avversione al rischio delle famiglie italiane. L’altra faccia della medaglia è che i rendimenti offerti si sono ridotti fortemente e così anche gli spread, proprio in conseguenza del minore rischio e dei rating migliorati. Basti guardare ai risultati del collocamento di ieri del nuovo bond MPS a 4 anni. E questo può frenare già oggi gli italiani dall’inserire in portafoglio questo asset.
giuseppe.timpone@investireoggi.it