Siamo a gennaio 2026 e i mercati finanziari stanno assistendo a qualcosa che, fino a pochi anni fa, sarebbe stato liquidato come la trama di un romanzo distopico finanziario. I monitor di Wall Street lampeggiano cifre che riscrivono la storia degli asset tangibili: l’oro ha sfondato con violenza la barriera psicologica dei 4.800 dollari l’oncia, scambiando stabilmente sopra i 4.450 dollari, mentre l’argento, spesso relegato a un ruolo di secondo piano, sta vivendo un rally furioso che lo ha portato a superare i 90 dollari.
Non si tratta di una fiammata speculativa momentanea. Quello a cui stiamo assistendo è un riallineamento strutturale del valore della moneta fiat rispetto agli asset reali.
La corsa ai beni rifugio non è più dettata solo dalla paura, ma da una presa di coscienza sistemica: il vecchio ordine monetario sta cambiando pelle e gli investitori, dalle grandi istituzioni ai piccoli risparmiatori, stanno correndo ai ripari.
La tempesta perfetta sui mercati globali
Per comprendere la magnitudo di questo movimento rialzista, dobbiamo guardare oltre il semplice grafico dei prezzi. Il superamento dei 4.500 dollari per l’oro è il risultato di una convergenza di fattori macroeconomici che raramente si presentano simultaneamente con tale intensità. Le tensioni geopolitiche, lungi dal placarsi, si sono cronicizzate in diverse aree nevralgiche del pianeta, per non parlare delle problematiche legate alla minaccia di nuovi dazi dovuti alla “questione Groenlandia”, creando una frattura permanente nelle catene di approvvigionamento e nella fiducia tra blocchi commerciali.
In questo scenario di incertezza perenne, il capitale cerca sicurezza. Ma c’è di più. La narrazione dominante del 2025, che vedeva un “atterraggio morbido” per l’economia globale, si è scontrata con la realtà di un debito pubblico occidentale molto alto.
Gli investitori istituzionali hanno iniziato a prezzare il rischio di svalutazione monetaria non più solo come un’ipotesi remota.
Le banche centrali e la corsa alla de-dollarizzazione
Il motore principale di questo rally, tuttavia, non risiede a New York o a Londra, ma a Pechino, Mosca, Nuova Delhi e Ankara. Le banche centrali dei paesi emergenti e del blocco BRICS+ hanno accelerato in modo drammatico i loro programmi di acquisto di metallo giallo. Non si fidano più dei titoli di stato americani come riserva di valore primaria. La de-dollarizzazione è passata dalla teoria alla pratica aggressiva.
I dati del World Gold Council confermano che l’ultimo trimestre del 2025 ha segnato un record assoluto di acquisti netti da parte del settore ufficiale. Queste nazioni stanno convertendo i surplus commerciali direttamente in lingotti, riducendo l’esposizione al dollaro USA per immunizzarsi da potenziali sanzioni e per diversificare le riserve in un asset privo di rischio di controparte. Quando una banca centrale compra, non lo fa per speculare sul prezzo a breve termine; lo fa per blindare il proprio bilancio per i decenni a venire. Questo crea un pavimento di prezzo sotto le quotazioni dell’oro incredibilmente solido, rendendo ogni correzione un’occasione di acquisto immediata.
La politica monetaria della Fed e i tassi reali
A gettare benzina sul fuoco ci ha pensato la Federal Reserve.
Dopo un 2024 di incertezze, la svolta accomodante iniziata nella seconda metà del 2025 ha confermato ai mercati che la lotta all’inflazione è passata in secondo piano rispetto alla necessità di mantenere solvibile il sistema bancario e finanziare il debito federale. I tagli dei tassi di interesse, operati in un contesto in cui l’inflazione rimane vischiosa sopra il target del 2%, hanno visto scendere i tassi reali (il rendimento nominale meno l’inflazione).
La gestione dei grandi patrimoni in questa fase storica richiede una visione d’insieme complessa. Mentre l’investitore retail si concentra sul prezzo giornaliero, i consulenti finanziari stanno rivedendo completamente le loro strategie per investire 1 milione di euro e oltre, spostando percentuali sempre più rilevanti dalla carta (bond e azioni sopravvalutate) agli asset tangibili, considerati uno strumento fondamentale per proteggere il patrimonio contro l’erosione monetaria in atto.
L’argento a 94 dollari: non è solo un traino dell’oro
Se l’oro è il re, l’argento si sta dimostrando un principe ribelle. La quotazione di 58 dollari l’oncia raggiunta in questi giorni riflette una dinamica diversa e, per certi versi, ancora più esplosiva rispetto al cugino nobile. L’argento vive una doppia vita: è un metallo monetario, e quindi segue l’oro nelle fasi di paura e svalutazione, ma è anche un metallo industriale insostituibile.
La transizione energetica globale, nonostante i rallentamenti politici, prosegue. La domanda di argento per il settore fotovoltaico e per l’elettronica avanzata ha prosciugato le scorte dei magazzini COMEX e LBMA. Per anni, il mercato ha ignorato il deficit strutturale tra domanda (in crescita) e offerta mineraria (in calo o stagnante). Ora, il nodo è venuto al pettine. Con le scorte ai minimi storici, gli utilizzatori industriali sono costretti a competere con gli investitori per accaparrarsi il metallo fisico, innescando uno short squeeze che ha catapultato i prezzi verso i massimi.
Strategie per i piccoli portafogli
Di fronte a quotazioni che sembrano aver già corso molto, il piccolo investitore si trova spesso paralizzato. È troppo tardi per entrare? La risposta degli analisti tecnici e fondamentali è quasi unanime: in un mercato toro secolare, i massimi di oggi sono i supporti di domani.
Tuttavia, l’approccio deve essere chirurgico e difensivo, non speculativo.
Per chi gestisce capitali ridotti, l’obiettivo non deve essere il “trading” sui metalli, ma l’assicurazione del portafoglio. Una quota compresa tra il 5% e il 10% del patrimonio totale allocata in metalli preziosi è considerata oggi il minimo sindacale per proteggersi dall’inflazione.
La distinzione fondamentale è tra strumento finanziario (ETC/ETF) e possesso fisico. Gli ETC (Exchange Traded Commodities) sono la soluzione più efficiente per chi vuole liquidità immediata e bassi costi di gestione: permettono di esporsi al prezzo dell’oro o dell’argento con un click, ideali per importi frazionabili e per ribilanciamenti periodici. Tuttavia, per chi vede nei metalli una polizza contro il rischio sistemico estremo, l’acquisto di oro fisico (monete o lingotti) rimane insostituibile. In questo caso, il premio da pagare sullo spot price è più alto, ma si elimina il rischio di controparte. Per l’argento fisico, attenzione all’IVA che in molti paesi europei grava sull’acquisto, rendendo gli ETC spesso più convenienti per scopi puramente di investimento.
Prospettive per il prossimo semestre
Guardando ai prossimi sei mesi, il quadro tecnico rimane solidamente rialzista, sebbene non privo di volatilità. È probabile che assisteremo a prese di profitto fisiologiche che potrebbero riportare temporaneamente l’oro verso l’area dei 4.200-4.300 dollari, movimenti che andrebbero letti come occasioni di accumulo piuttosto che come inversioni di tendenza.
L’obiettivo di medio termine di 5.000 dollari per l’oro non appare più come una chimera, ma come la naturale proiezione dell’attuale velocità di espansione della massa monetaria globale. Per l’argento, la rottura dei 90 dollari è stata l’evento tecnico del decennio: se riuscirà a consolidare sopra i 100 dollari nelle prossime settimane, la strada verso i massimi storici (aggiustati per l’inflazione) è aperta. In un mondo finanziario sempre più “di carta”, la corsa verso ciò che è reale è appena iniziata.