Se tutto andrà bene, l’economia tedesca tornerà finalmente a crescere quest’anno dopo tre anni trascorsi tra recessione e stagnazione. Le stime variano dall’1,2% della Commissione europea all’1,3-1,5% dell’IFO, mentre più prudente si mostra la Bundesbank con una previsione tra 0,7% e 1%. Ma in Germania il problema resta sempre la crisi delle esportazioni. Nei primi 11 mesi del 2025, la bilancia commerciale risultava in avanzo di 182,3 miliardi di euro contro i 225,11 miliardi dello stesso periodo nell’anno precedente. Un tonfo di circa 43 miliardi (-19%), che incide per quasi l’1% del Pil. Nel dettaglio, le esportazioni sono aumentate dello 0,9% e le importazioni del 4,6%.
Crisi in Germania a causa dell’export
A Berlino tutti hanno capito cosa stia accadendo: le esportazioni verso gli Stati Uniti collassano e le importazioni dalla Cina s’impennano. Nei primi 10 mesi del 2025, il surplus commerciale con la superpotenza è sceso da 69,64 a 58,28 miliardi di dollari (-16,3%). E nei primi 9 mesi, il disavanzo con la Cina è passato da 47,8 a 69,3 miliardi di euro (+45%). Nel dettaglio, gli acquisti dal Dragone sono aumentato del 17,2% e le vendite verso di esso sono diminuite del 2,1%.
L’altra faccia dell’austerità fiscale
La Germania aveva impostato la sua politica commerciale ed economica in generale sul presupposto che avrebbe conquistato il mercato cinese senza perdere quello tradizionalmente ricco degli USA e dell’Eurozona. Sta accadendo che la Cina ha conquistato il mercato tedesco e che la Germania stia perdendo quello americano senza poterlo rimpiazzare più con il resto d’Europa. L’austerità fiscale, che in una prima fase si pensava fosse il grimaldello di Berlino per imporre la sua supremazia nel continente, ha esitato risultati opposti.
Gli alleati del Sud Europa hanno dovuto risanare i conti pubblici, facendo a meno della domanda interna. Per questo si sono dovuti reinventare sui mercati internazionali per trovare uno sbocco alle proprie merci.
Tra il 2007 e il 2024 le esportazioni italiane sono cresciute di oltre il 70%, passando dal 22,5% al 28,3% del Pil. Allo stesso tempo, le importazioni sono lievitate del 54%, salendo dal 23% al 26,1%. La bilancia commerciale italiana è passata da un quasi cronico passivo a un cronico attivo. Questo significa che siamo diventati stabilmente venditori netti di merci all’estero, in parte facendo concorrenza alla Germania, in parte vendendo alla stessa, come per la componentistica auto. Le nostre piccole e medie imprese sono state indotte dalla necessità a diventare più efficienti e resilienti alle crisi. Le concorrenti tedesche sono più grandi e teoricamente più robuste sul piano finanziario, ma anche meno flessibili a gestire gli eventi.
Modello tedesco in affanno
La crisi delle esportazioni in Germania non è congiunturale. E’ il modello tedesco ad essere entrato strutturalmente in crisi. Prima c’è stata la perdita dei mercati stranieri con la pandemia, poi di petrolio e gas russi a basso costo e, infine, lo smantellamento della globalizzazione ad opera degli USA già prima del Trump 2.0 con il rimpatrio delle catene produttive (vedi IRA) e ora con i dazi.
La prima economia europea si ritrova a dover rimediare a decenni di investimenti politici rivelatisi fallimentari alla luce dei nuovi equilibri geopolitici. Come uscire da questo tunnel?
Per quanto la Germania resti legata all’idea di perseguire politiche di bilancio solide, con il cancelliere Friedrich Merz le cose sono già cambiate. Prima ancora di formare il governo, nel marzo scorso provocò l’esplosione dei rendimenti tedeschi annunciando un maxi-piano di riarmo in deficit. Compresi gli investimenti infrastrutturali, Berlino spenderà 1.000 miliardi di euro in più rispetto alle entrate. E’ stata anche riformata la norma costituzionale sul “freno al debito”, una mossa che continua ad attirare critiche in pratica.
Margini fiscali ristretti in Europa
A Merz servirebbe rilanciare la domanda interna e al contempo le esportazioni. La matematica dice che se aumenti consumi e investimenti, ti ritrovi ad importare di più dall’estero e l’avanzo commerciale si riduce. A meno che gli altri facciano lo stesso, finendo per aumentare anch’essi le importazioni. Il problema è che quasi nessuno in Europa può permettersi politiche fiscali espansive. La stessa Francia rischia di trasformarsi definitivamente nell’Italia del 2011. Già i suoi rendimenti hanno superato quelli offerti dai BTp. Questo costituisce un grosso limite alle speranze tedesche di rimpiazzare al più presto il mercato USA.
E se agli alleati fosse consentito di spendere di più? Un ennesimo allentamento del Patto di stabilità dopo la pandemia e la guerra. La giustificazione sarebbe la congiuntura geopolitica senza precedenti dal 1945. Poiché non potremmo più fidarci nemmeno degli alleati americani, siamo costretti a reagire con misure straordinarie. Peccato che non siano le leggi scritte a consentire agli stati di indebitarsi o meno, bensì quelle del mercato. E gli investitori segnalano da mesi di non volere finanziare le crescenti passività dei governi. Stanno reclamando rendimenti sempre più alti quasi ovunque, specie nel Regno Unito, in Giappone, Francia e persino negli Stati Uniti e Germania.
Crisi in Germania opportunità e rischio per l’Italia
Per l’Italia la crisi dell’export in Germania è opportunità e rischio al tempo stesso. La vigilanza di Bruxelles sui sui conti pubblici potrebbe diventare meno maniacale e offrire al governo qualche spazio di manovra in più.
Resta da vedere cosa ne penserebbero i mercati, che in questa fase si sono innamorati dei BTp proprio per la nostra relativa austerità. C’è anche da dire che se la Germania resta in crisi e produce di meno, le nostre stesse esportazioni verso le sue fabbriche si contraggono. Parliamo del nostro principale partner commerciale con interscambi nel 2024 per 156 miliardi, di cui 71 miliardi di esportazioni e 85 miliardi di importazioni.
giuseppe.timpone@investireoggi.it