La tassa sui pacchi diventerà uno dei temi fiscali più discussi del prossimo autunno. In assenza di un nuovo rinvio, dal 1° ottobre sulle spedizioni di modesto valore provenienti da Paesi fuori dall’Unione europea potrebbe gravare un costo complessivo di 5 euro. La somma nascerebbe dall’unione di due prelievi distinti: 3 euro destinati al livello europeo (già in vigore dal 1° luglio 2026) e 2 euro previsti in Italia (che, come detto, sarà in vigore dal 1° ottobre 2026). Il punto centrale è che le due misure, secondo quanto chiarito dal Ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, possono convivere e quindi sommarsi.
Tassa sui pacchi: perché il costo può arrivare a 5 euro
Il meccanismo riguarda gli invii di valore non superiore a 150 euro provenienti da territori esterni all’UE.
Il contributo europeo, pari a 3 euro, è collegato alla riforma delle regole doganali e alla futura eliminazione della soglia che oggi limita l’applicazione dei dazi sui beni di piccolo importo.
A questo importo si aggiungerebbe il prelievo nazionale di 2 euro. La misura italiana è stata inserita nella Legge di Bilancio 2026 con l’obiettivo di coprire una parte delle spese sostenute dagli uffici doganali per verifiche, controlli e pratiche di ingresso delle spedizioni.
Il totale potenziale arriva così a 5 euro per collo. Il pagamento, almeno sul piano formale, ricade sull’importatore. Tuttavia, è possibile che il costo venga trasferito sul prezzo finale oppure sulle condizioni commerciali applicate dalle piattaforme digitali.
Le due misure sono autonome e possono sommarsi
Il nodo più importante riguarda il rapporto tra il prelievo europeo e quello italiano. Non si tratta di un’unica voce divisa tra Bruxelles e Roma, ma di due interventi differenti, costruiti su basi separate.
Per questo motivo, salvo modifiche, il versamento europeo non sostituisce quello nazionale. La tassa sui pacchi può, quindi, raggiungere l’importo complessivo di 5 euro. Questa impostazione mostra però una difficoltà evidente: le decisioni prese a livello interno e quelle definite in sede comunitaria non risultano ancora pienamente coordinate.
La mancanza di armonizzazione rischia di creare differenze tra gli Stati membri. Gli operatori potrebbero scegliere punti di ingresso nell’Unione dove i costi sono più bassi, spostando traffico e attività logistiche lontano dai porti e dagli aeroporti italiani.
La conferma del Ministro Giorgetti e le ipotesi ancora aperte
Durante un’interrogazione a risposta immediata alla Camera del 22 luglio 2026, il Ministro dell’Economia ha confermato che i due contributi hanno natura distinta e, di conseguenza, possono essere applicati insieme. La dichiarazione riduce i dubbi sull’impostazione tecnica, ma non chiude il confronto politico.
Giorgetti ha, infatti, precisato che il Governo deve ancora valutare le scelte da adottare a livello nazionale, cercando una linea comune con gli altri Paesi europei. La tassa sui pacchi resta, dunque, confermata nel quadro vigente, ma potrebbe essere modificata, rinviata o cancellata attraverso un nuovo intervento legislativo.
Nel frattempo, alla Camera sono stati presentati emendamenti al decreto-legge Infrastrutture per chiedere l’eliminazione del prelievo italiano. Senza l’approvazione di una norma correttiva, però, la scadenza del 1° ottobre continua a rappresentare il riferimento operativo.
Tassa sui pacchi: effetti per imprese, piattaforme e consumatori
L’applicazione del doppio onere può incidere soprattutto sulle merci dal prezzo molto basso. In alcuni casi, 5 euro potrebbero superare il valore del prodotto acquistato. Questo rende probabile una revisione delle strategie commerciali da parte delle grandi piattaforme extra UE.
Le imprese potrebbero accorpare più articoli in una sola spedizione (la tassa si applica sul valore dell’intera spedizione e non sul valore del singolo articolo), cambiare i percorsi doganali oppure aumentare i prezzi. Anche quando il prelievo non è dovuto direttamente dal compratore, il suo effetto economico può quindi arrivare fino al consumatore.
La tassa sui pacchi italiana è già stata rinviata due volte: prima a marzo e poi fino al 1° ottobre. Il mancato avvio nel secondo semestre avrebbe inoltre un impatto stimato di circa 122 milioni di euro sulle entrate pubbliche. La decisione finale dovrà quindi tenere insieme esigenze di bilancio, tutela della logistica nazionale e coordinamento europeo, senza penalizzare in modo eccessivo gli scambi digitali.
Riassumendo
- La tassa sui pacchi può raggiungere 5 euro dal 1° ottobre.
- Il costo riguarda spedizioni fino a 150 euro provenienti da Paesi extra UE.
- Il contributo europeo di 3 euro si aggiunge ai 2 euro italiani.
- Giorgetti ha confermato che i due prelievi sono distinti e cumulabili.
- Governo e Parlamento possono ancora modificare, rinviare oppure eliminare la misura.
- Il costo potrebbe riflettersi sui prezzi applicati dalle piattaforme ai consumatori.

