Il suo manifesto per l’economia nel Regno Unito è stato già ribattezzato “Manchesterism” e rappresenta la prima sfida ideologica e programmatica diretta al thatcherismo degli anni Ottanta. L’ex sindaco di Manchester e ora primo ministro “in pectore” Andy Burnham ha tenuto ieri dalla sua città un discorso attesissimo alla presenza di numerosi sindaci ed esponenti laburisti. Una prima occasione per fare il punto sul suo programma di governo dopo la vittoria alle elezioni suppletive le collegio di Makerfield.
Interventismo statale per economia nel Regno Unito
Una svolta radicale già in termini lessicali. A suo dire, l’economia nel Regno Unito dovrà essere gestita in modo da favorire le persone comuni e partendo direttamente dal basso, anziché puntare sulle politiche di “trickle-down”.
Come? Saranno tre le direttrici del suo interventismo statale: investimenti pubblici, nazionalizzazioni e devolution.
Burnham ha fatto presente che dagli anni Ottanta è stato accumulato un deficit di case per 1,5 milioni di unità e punta alla costruzione di nuovi “council homes”, i corrispondenti delle nostre case popolari. Per farlo propugna un aumento degli investimenti pubblici, soprattutto nel Nord dell’Inghilterra, che è l’area rimasta più indietro in termini di crescita e infrastrutture, nonché quella in cui il prossimo capo del governo britannico avrebbe i suoi maggiori consensi.
Burnham rassicura sui conti pubblici
Ha promesso di estendere al resto del Regno Unito il modello di economia seguito da sindaco di Manchester e impostato sulla gestione diretta dei servizi pubblici essenziali e sulla partnership tra settore pubblico e investitori privati per altri considerati sensili. Il suo vuole essere un “socialismo aperto al mercato”, un ritorno agli anni Settanta pre-thatcheriani non privo di incognite.
Con un debito pubblico vicino al 100% del Pil, come farebbe Burnham a realizzare questi interventi? L’uomo ha voluto rassicurare i mercati: terrà fede agli impegni dell’attuale cancelliere dello Scacchiere, Rachel Reeves, riguardo ai conti pubblici.
Ha smentito sé stesso, quando nell’autunno scorso attaccò il primo ministro uscente Keir Starmer, accusandolo di essere troppo attento ai conti dello stato. Gli suggerì di emettere più Gilt, cioè di ricorrere al debito. Ora che sta per prenderne il posto, ha moderato i termini. Tuttavia, egli è il primo a sapere che non può permettersi alcuna ulteriore disillusione dell’elettorato o perderebbe il posto ancora più rapidamente dell’attuale inquilino di Downing Street.
Nuova ondata di devolution
Come farebbe Burnham a cercare di rianimare l’economia nel Regno Unito spendendo di più senza fare extra deficit? Finora il timore più grande tra gli investitori e i contribuenti è stato l’aumento delle imposte. Resta uno scenario probabile, ma ne avanza un altro non meno oscuro. Si chiama devolution. Sul punto Burnham afferma del vero quando sostiene che il problema non sarebbe la crescita in sé, quanto la sua distribuzione territoriale. Crede che negli ultimi decenni tutti i governi abbiano puntato esclusivamente su Londra e sui servizi, abbandonando il resto della nazione.
Una tesi politicamente rischiosa per Burnham, dato che la capitale resta l’unica vera roccaforte laburista. Comunque sia, egli propone una ventata di devolution. Chi è stato almeno adolescente negli anni di Tony Blair al governo, sa che questo termine fu molto in voga alla fine degli anni Novanta, quando l’allora primo ministro trasferì poteri alla Scozia e al Galles, ripristinando il Comune di Londra, che dal 1979 al 2021 fu amministrato direttamente dallo stato centrale.
Rischio Argentina
Ma questa volta la devolution riguarderebbe di più la carne viva delle persone comuni. Se al tempo si trattò di istituire i Parlamenti locali con poteri pur sempre limitati sul piano fiscale, questa volta i sindaci, in particolare, otterrebbero maggiori poteri di spesa. E questo potrebbe c’entrare molto con la promessa di non infrangere le regole fiscali (nazionali). Gli enti locali investirebbero al posto del governo centrale, ma con quali soldi? Se si trattasse di trasferimenti, graverebbero su Londra. Il timore è che il piano di Burnham nasconda almeno una delle due seguenti insidie: mani libere ai sindaci per aumentare le imposte locali ai residenti o assenza di coperture finanziarie chiare.
La seconda strada sarebbe politicamente più percorribile nel breve termine. Lo stato manterrebbe un debito centrale inalterato, che è quello a cui guardano maggiormente gli investitori quando decidono se e a quali rendimenti comprare. Anche i rating verrebbero preservati in prima battuta. Ma il caso Argentina ci insegna che sarebbe un espediente destinato a fallire. Negli anni Ottanta e Novanta, lo stato sudamericano trasferì poteri di spesa alle province senza adeguate responsabilità sulle entrate. Con il tempo il debito pubblico complessivo esplose fino a provocare il grande crac del 2001.
Economia Regno Unito rischia ritorno agli anni ’70
L’argentinizzazione del Regno Unito può apparire un’esagerazione, trattandosi di un’economia tra le più sviluppate al mondo. Ma Burnham guarda agli stessi anni Settanta in cui Londra fu costretta a chiedere un salvataggio del Fondo Monetario Internazionale per evitare il default. L’umiliazione internazionale fu seguita da anni di disordini interni tra scioperi e manifestazioni di protesta contro l’alta inflazione e per rivendicare stipendi più alti. Margaret Thatcher (1979-1990) pose fine a questo declino con uno shock economico caratterizzato da lotta all’inflazione, liberalizzazioni, privatizzazioni e austerità fiscale.
Funzionò e lasciò in eredità un regno stabile, ordinato, risanato e in forte crescita, oltre che con l’inflazione sotto controllo. Burnham ha nostalgia di ciò che c’era prima.
giuseppe.timpone@investireoggi.it