“I topi stanno abbandonando la nave che affonda”, ha dichiarato il segretario al Tesoro USA, Scott Bessent, riguardo a presunte esportazioni di capitali dall’Iran di numerosi esponenti del regime. Segno che temerebbero il collasso imminente della Repubblica Islamica. L’ayatollah Khamenei e i pasdaran della rivoluzione rischiano di essere spazzati via da una crisi economica divenuta insostenibile tra inflazione alle stelle e svalutazione del cambio inarrestabile. Si capisce meglio perché Bitcoin sia diventato un asset rilevante, tanto da valere un mercato di circa 8 miliardi di dollari nel 2025. La cifra corrisponde al 2% del Pil.
Iran patria del mining di Bitcoin
Il 22% degli iraniani possederebbe ormai una criptovaluta.
E la cosa che molti non sanno, è che l’Iran figura in cima alla classifica per il “mining”, nonostante qui questa attività sia quasi totalmente illegale. Detiene il 4,2% della capacità complessiva mondiale, grazie ai bassi costi dell’energia che rendono profittevole il business. Ma il 95% del mining viene effettuato illegalmente, date le restrizioni imposte negli ultimi anni per reagire ai sempre più frequenti blackout, conseguenza di una crisi energetica provocata da una rete vetusta per via degli scarsi investimenti realizzati. Le autorità di Teheran hanno accusato le criptovalute di consumare troppa energia a causa dei numerosi dispositivi collegati alla rete.
Cripto-attività intensa tra élite del regime
Tra i possessori di attività crypto spiccano gli insospettabili: i Guardiani della Rivoluzione. A loro sono attribuite attività per oltre la metà di quelle realizzate nel quarto trimestre del 2025 e per l’intero anno sarebbero ammontate a 3 miliardi di dollari. Si tratta di un dato verosimilmente sottovalutato, in quanto IRGC traccia solamente i wallet sottoposti all’embargo di USA e Israele.
Nel periodo solamente tra ottobre e dicembre le attività crypto tra l’élite del regime sono ammontate ad almeno 2 miliardi. Un crescendo che confermerebbe l’affermazione di Bessent.
Risparmi tutelati grazie al boom delle crypto
Chi mastica di Bitcoin e altri token digitali, non fatica a comprendere la ragione di questo boom. Solamente negli ultimi 6 mesi, il prezzo della principale criptovaluta in valuta locale è esploso di oltre il 2.000%. Una tutela fortissima contro il collasso del cambio e l’esplosione dei prezzi al consumo. Mettetevi nei panni di un cittadino iraniano, che 5 anni fa poteva acquistare un Bitcoin per 8,32 miliardi di rial al tasso di cambio di mercato di 231.000 rial per 1 dollaro. Oggi, rivenderebbe lo stesso a 136,20 miliardi di rial, cioè per quasi 16,4 volte in più. Nel frattempo, i prezzi dei beni e servizi sono lievitati di 5,6 volte, al ritmo medio annuale sopra il 40%. Ha più che tutelato il suo potere di acquisto.

Accesso privilegiato al cambio ufficiale per pochi
Gli sarebbe andata ancora meglio se fosse riuscito ad accedere al cambio ufficiale di 42.000 rial, abbandonato all’inizio di questo mese. Avrebbe rivenduto in questi giorni il suo Bitcoin per oltre 67 volte il costo di acquisto.
In realtà, il cambio ufficiale è stato un privilegio riservato ai pochi funzionari vicini al regime e per questo si è prestato a corruzione e abusi, contribuendo ad esasperare le persone comuni. Non sorprenderebbe sapere che molti acquisti da parte dei pasdaran siano avvenuti accedendo proprio al cambio privilegiato, incrementando i loro margini di guadagno rispetto al resto della popolazione, costretta a rivolgersi al ben più costoso mercato nero.
Bitcoin e oro salvifici in Iran
Non soltanto le criptovalute hanno difeso il potere di acquisto in Iran negli anni recenti. Un’oncia di oro si acquistava al cambio di mercato per 423,65 milioni di rial 5 anni fa. Adesso, la si rivenderebbe per 6,59 miliardi: 15,6 volte in più. Ecco perché milioni di cittadini hanno sfidato le dure leggi repressive del regime, comprando oro e Bitcoin in barba ai divieti. In Iran, è stato l’unico modo concreto di mettere in salvo i propri risparmi, essendo l’accesso diretto ai dollari difficoltoso per via delle sanzioni americane. La volatilità del mercato crypto, a cui in Occidente guardiamo quasi con sdegno, in molte economie emergenti è quasi ignorata dinnanzi a rischi ben più tangibili e potenti corsi durante la quotidianità.
giuseppe.timpone@investireoggi.it