La Cina ha segnato un ennesimo record per la sua bilancia commerciale nel 2025, registrando un surplus per la prima volta sopra i 1.000 miliardi di dollari. E non di poco: +20% a 1.189 miliardi. Malgrado i dazi americani, la macchina delle esportazioni di Pechino non si è inceppata. Al contrario, sono cresciute del 5,5% a 3.770 miliardi, mentre le importazioni sono rimaste sostanzialmente stabili a 2.580 miliardi. Tuttavia, i cambiamenti veri sono avvenuti nei mercati di sbocco. C’è molto meno America nel dato complessivo, mentre aumentano Asia ed Europa.
Surplus in Cina meno legato a USA, più a UE e Asia
Nel dettaglio, le esportazioni verso gli Stati Uniti risultano crollate di circa il 20%.
Boom del 25-26% per le esportazioni in Africa, così come del 13% verso gli stati ASEAN, cioè del Sud-Est asiatico. E l’Unione Europea segue con il +8,4%. Positivo il segno anche con l’America Latina del 7%. In pratica, la Cina ha dirottato le sue merci dagli Stati Uniti al resto del mondo, principalmente Asia ed Europa. I dati ufficiali americani e riferiti ai primi 10 mesi del 2025 confermano un crollo del disavanzo con la Cina per oltre il 28%.
Di Cina stiamo sentendo parlare in questi giorni a seguito dell’accordo con l’UE sulle auto elettriche. Bruxelles aveva imposto dazi sulle importazioni fino al 35%, lamentando i sussidi statali ai veloci venduti nel nostro continente. Ha offerto a Pechino un’alternativa: fissare prezzi minimi, così da evitare una concorrenza rovinosa per le nostre case automobilistiche. Se l’esperienza insegna qualcosa, è probabile che non basterà. I rischi per la nostra filiera produttiva rimangono.
Bassa domanda interna ed eccessi produttivi
Il surplus commerciale racconta dell’economia in Cina più di quanto pensiamo. Esso dovrebbe ammontare per il 2025 a circa il 6% del Pil. Un dato che spiega la bassa domanda interna, che si traduce in altrettanto basse importazioni e nella necessità per le imprese di vendere all’estero gli eccessi delle rispettive produzioni.
I consumi delle famiglie pesano per meno del 40% del Pil contro quasi il 70% negli USA e intorno al 52% nell’Unione Europea. Viceversa, gli investimenti risultano doppi rispetto alla quota in UE e USA con un rapporto stabile sopra il 40%.
Dunque, l’economia in Cina è strutturalmente malata. Il surplus commerciale, anziché denotare l’ottimo stato di salute, svela cosa non va. Il capitalismo di stato, che qualcuno in Occidente guarda con ammirazione per la presunta capacità di garantire uno sviluppo ordinato, scarica le sue inefficienze sul resto del pianeta. Le grandi aziende di stato sono costrette a mantenere i livelli produttivi ben sopra gli ordini interni. Tutto ciò che non riescono a vendere sul mercato domestico, dovranno esportarlo. Il gioco va avanti fintantoché i governi delle economie di sbocco per le merci cinesi accetteranno di essere vedere cannibalizzate le proprie imprese dalle politiche di dumping adottate da Pechino.
Timori sui dazi USA rivelatisi corretti
Quando nell’aprile scorso il presidente Donald Trump annunciò i dazi, il timore dei governi europei fu subito che la Cina avrebbe dirottato le sue merci nel Vecchio Continente per rimpiazzare il mercato americano. Ed è stato proprio così. Bruxelles non ha fatto quasi nulla per arginare tale rischio, salvo immaginare un’imposta di 2 euro sui pacchi di basso valore e raddoppiare i dazi sull’acciaio. Mentre la Casa Bianca continua a negoziare con il governo cinese senza complessi di inferiorità e avendo una visione geopolitica complessiva, l’Europa non ha né una testa, né un piano con cui presentarsi.
Subisce il bullismo di Pechino sulle materie prime, come il recente caso Nexperia dimostra.
Surplus in Cina prova di miopia occidentale
Il surplus commerciale è il termometro del successo della Cina nello scaricare sugli altri i propri problemi strutturali. E allo stesso tempo è un indicatore del fallimento di noi europei (e non solo) nel sapere reagire con politiche accorte. La Germania aveva immaginato di conquistare il mercato cinese per vendervi le sue auto. Ha finito per comprare auto cinesi chiudendo le sue fabbriche in patria e all’estero. Lo squilibrio commerciale tra Berlino e Pechino cresce di anno in anno a favore della seconda. Una miopia geopolitica che continua a costare carissima a tutto il continente, convinto per giunta che il male dell’economia mondiale sia l’America di Trump verso cui esportiamo.
giuseppe.timpone@investireoggi.it