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Oggi: 09 Gen, 2026

Il Venezuela avrebbe 600.000 Bitcoin per circa 60 miliardi di dollari? Dubbi, numeri e implicazioni

Il Venezuela avrebbe convertito i proventi delle vendite di oro e petrolio in Bitcoin, accumulando una somma di circa 60 miliardi di dollari.
2 giorni fa
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Il tesoro dei Bitcoin in Venezuela?
Il tesoro dei Bitcoin in Venezuela? © Investireoggi.it

Dopo la cattura di Nicolas Maduro, gli analisti internazionali stanno cercando di capirci qualcosa di più circa le condizioni finanziarie del Venezuela. E c’è un dato che è emerso da qualche giorno e che, se confermato, scuoterebbe i mercati internazionali: il regime disporrebbe di riserve composte tra 600.000 e 660.000 Bitcoin per un controvalore attuale compreso tra 56 e 61 miliardi di dollari. A rivelarlo è stato il sito Whale Hunting, che ha fatto il nome dell’attuale ministro per il Potere Popolare per le Industrie e la Produzione Nazionale, Alex Saab.

Riserve di Bitcoin in Venezuela?

L’uomo, nato in Colombia da una famiglia di origini libanesi, sarebbe da anni al centro di un vasto programma di riciclaggio di denaro a Caracas. Tant’è che nel 2020 venne arrestato a Capo Verde e l’anno successivo estradato negli Stati Uniti, dov’è rimasto fino alla fine del 2023, quando fu liberato per uno scambio di prigionieri tra i due Paesi.

Secondo le ricostruzioni del sito, dal 2018 avrebbe implementato un programma di conversione dei proventi derivanti dalle vendite di oro e petrolio in Bitcoin.

Nel solo 2018, si stima, che le vendite di 73,2 tonnellate di oro per 2,7 miliardi di dollari abbiano consentito al Venezuela di acquistare numerosi Bitcoin a prezzi molto più bassi di oggi. In quell’anno, infatti, la criptovaluta debuttò a 17.000 dollari per chiudere a meno di 4.000 dollari. Con le attuali quotazioni in area 94.000 dollari, i profitti sarebbero immensi. Il fatto è che questi dati non sono provati. Secondo diversi tracker, il regime sarebbe titolare di wallet contenenti poche centinaia di token.

Banca centrale a corto di dollari

La titolarità dei Bitcoin è anonima, dato che i wallet sono contraddistinti da codici alfanumerici di cui si possono, al limite, monitorare i movimenti per ipotizzare la provenienza.

Certo è che se il Venezuela disponesse di riserve in Bitcoin per un controvalore attorno ai 60 miliardi, la storia post-Maduro cambierebbe. Uno dei problemi più assillanti della sua economia riguarda l’assenza di dollari per consentire tra l’altro alle imprese di importare merci. E questo, a sua volta, provoca da anni carenza diffusa di prodotti e servizi e alta inflazione, oltre al collasso del cambio.

Le riserve ufficiali del Venezuela risultano di appena 13,4 miliardi di dollari a fine 2025. Esse comprendono poco più di 161 tonnellate di oro, che ai prezzi attuali, però, varrebbero da sole oltre 23 miliardi. Nei fatti, la banca centrale non dispone di liquidità oltre a questo asset. Tra il 2013 e il 2016, nei primi anni di presidenza Maduro, le esportazioni di oro verso la Svizzera ammontarono a 113 tonnellate. Dal 2018, anno in cui sarebbero iniziate le conversioni in Bitcoin, le riserve di oro nel Venezuela risultano sostanzialmente stabili. Da notare che una parte di esse (31 tonnellate) è stata “congelata” dalla Banca d’Inghilterra che l’aveva in custodia, a seguito del mancato riconoscimento di Maduro come presidente dopo le elezioni del 2018.

Dati ufficiali smentiscono tesi di Whale Hunting

Di quale oro parla Whale Hunting? Se di quello delle riserve, non v’è traccia nei resoconti ufficiali. A questo punto, sapendo che il Venezuela è ricco anche di oro nel suo sottosuolo, potremmo ipotizzare che negli anni passati abbia intrapreso un programma per estrarlo e rivenderlo per fare cassa e convertire i ricavi in Bitcoin. I dubbi sono forti sul punto. Per quale motivo il regime non avrebbe impiegato tali proventi a sostegno di un’economia al collasso e per placare l’elevato malcontento popolare?

Sostenere la tesi della conversione, implica riconoscere al regime “chavista” una qualche abilità nel fare affari.

Cosa che non è nei fatti. Sotto di esso, la compagnia petrolifera statale PDVSA ha triplicato il numero dei dipendenti e ridotto ad un terzo la produzione. Se anche il governo avesse varato un programma segreto sulle criptovalute, quasi certamente i suoi esponenti avrebbero già scialacquato i guadagni. Solo tra il 2020 e il 2023, si stima che le ruberie di stato siano ammontate a 17,6 miliardi di dollari.

Ruberie e corruzione diffuse

I militari per anni hanno fatto affari grazie al confuso sistema dei cambi. Hanno comprato dollari per pochi bolivares, rivendendoli al mercato nero per anche milioni di bolivares e intascando i profitti. Perché credere che con le riserve di Bitcoin nel Venezuela sarebbe andata diversamente? Se così non fosse, oggi Caracas risulterebbe tra le primissime “balene” al mondo, subito dopo l’investitore Michael Saylor di Microstrategy con quasi 674.000 Bitcoin. Deterrebbe un potere di mercato così enorme da far tremare l’intera industria delle criptovalute.

In effetti, secondo le ricostruzioni il Venezuela possederebbe almeno il 3% dell’intero mercato dei Bitcoin. Una quota altissima e capace di fare oscillare i prezzi alla minima disposizione. Cosa farebbero i funzionari del regime ancora in carica con questo tesoro? Se volessero iniziare a monetizzarlo, le vendite farebbero crollare i prezzi. Anche ammettendo che i dati siano veritieri, chi possederebbe le chiavi d’accesso? Un wallet senza i codici non ha alcun valore per il titolare, essendo inaccessibile. Maduro potrebbe barattare la sua libertà con gli Stati Uniti, in cambio della consegna di tali codici?

Riserve di Bitcoin arma di ricatto per il regime del Venezuela?

Le cose sarebbero più complicate di come le ha descritte Whale Hunting.

Che il Venezuela abbia accumulato riserve di Bitcoin così elevate, appare molto dubbio. Se lo ha fatto, difficile immaginare che ne possa disporre pienamente. Le credenziali di accesso sarebbero in mano a diversi funzionari, i quali probabilmente le useranno per garantirsi l’immunità dopo la cattura di Maduro. Se così, questo tesoro non sarebbe disponibile probabilmente per anni o mai. E ciò rimarcherebbe la minore offerta effettiva di criptovalute, sostenendone le quotazioni.

giuseppe.timpone@investireoggi.it 

Giuseppe Timpone

In InvestireOggi.it dal 2011 cura le sezioni Economia e Obbligazioni. Laureato in Economia Politica, parla fluentemente tedesco, inglese e francese, con evidenti vantaggi per l'accesso alle fonti di stampa estera in modo veloce e diretto. Da sempre appassionato di economia, macroeconomia e finanza ha avviato da anni contatti per lo scambio di informazioni con economisti e traders in Italia e all’estero.
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